domenica 6 settembre 2009

41 e non sentirli (perchè tanto già te li sentivi vent'anni fa)


Well, oh what a feeling
that burns down low
when you ain't got no where to turn,
or no where to go

It makes me feel like sometimes
I'm outta control
So I'm gonna get wasted
with all my country heroes

I'm drinkin' some George Jones,
and a little bit of Coe
Haggard 's easin' my misery
and Waylon's keepin' me from home
Hank's givin' me those high times -
Cash is gonna sing it low
I'm here gettin' wasted -
here with my country heroes

I'm drinkin' that whiskey
out of that glass
and if that ain't country,
boy, you can kiss my ass

I wanna hear them old songs -
nothin' of the new
'cause this might be the last time
I'm gonna see you

So I'm drinkin' some George Jones,
and a little bit of Coe
Haggard's easin' my misery
and Waylon's keepin' me from home
Hanks givin' me those high times -
Cash is gonna sing it low
and I'm here gettin' wasted -
just like my country heroes


I'm here gettin' wasted -
with all my country heroes

























sabato 5 settembre 2009

Good Vibes! Dear Prudence- The Beatles


Dear Prudence, won't you come out to play
Dear Prudence, greet the brand new day
The sun is up, the sky is blue
It's beautiful and so are you
Dear Prudence won't you come out to play

Dear Prudence open up your eyes
Dear Prudence see the sunny skies
The wind is low the birds will sing
That you are part of everything
Dear Prudence won't you open up your eyes?

Look around round
Look around round round
Look around

Dear Prudence let me see you smile
Dear Prudence like a little child
The clouds will be a daisy chain
So let me see you smile again
Dear Prudence won't you let me see you smile?

Dear Prudence, won't you come out to play
Dear Prudence, greet the brand new day
The sun is up, the sky is blue
It's beautiful and so are you
Dear Prudence won't you come out to play

foto: Yorkshire 2006

sabato 29 agosto 2009

Secretary!



Ah, "Secretary", che film. piccolo, intelligente, raffinato.
La storia di una masochista (Maggie Gwyllenal) e del suo capo sadico (James Spader) era piuttosto "pericolosa" e poteva finire molto male, mi vengono in mente altri film indipendenti e vagamente trasgressivi come "Clerks" (che nonostante le recensioni favorevoli ho trovato abbastanza brutto) o "Me and you and everyone we know" (inqualificabile). Invece, il regista Steven Shainberg è stato in grado di trarne una pellicola molto particolare e divertente. Beh, insomma, non tutti quelli a cui l'ho proposto si sono fatti delle gran risate, ma io sì.

Dicevamo, Lee è una giovane masochista che usa il dolore fisico come sfogo per le sofferenze create dalla sua situazione familiare.
Di ritorno dall'istituto dove era stata spedita quando la madre aveva scoperta questa sua tendenza, si trova a non saper cosa fare della propria vita. Decide di frequentare una scuola di dattilografia, si diploma a pieni voti e comincia a cercare un lavoro.
Lo trova, nello studio di un bislacco avvocato, da cui è molto attratta. Contemporaneamente riceve (ed accetta) la corte di un vicino di casa, che come lei ha avuto problemi psicologici. In breve, l'avvocato si scopre essere un sadico che ama le punizioni corporali, almeno quanto Lee.
Oltre ad essere una commedia molto originale, è anche una storia sull'evoluzione personale e la presa di coscienza della propria sessualità da parte di una giovane donna, che accettando la particolarità dei propri desideri riesce a liberarsi dalle paranoie e dai drammi della famiglia e di un destino preconfezionato, conquistando l'uomo che ama e una vita veramente sua.

Realizzato con poco denaro ha delle scenografie quasi fiabesche (lo studio dell'avvocato, la camera da letto di Lee, rimasta come quando era bambina, la lavanderia con ristorante) a volte è davvero surreale. James Spader non è solo affascinante, dimostra che se gli avessero offerto parti migliori e più varie sarebbe stato in grado d'interpretarle, mentre Maggie Gwyllenal è brava nella sua metamorfosi da post adolescente terrorizzata a donna adulta, quasi pantera.

Lo sguardo di Lee nel finale pare dirci che per quanto possa sembrare bizzarra questa è la sua felicità e se abbiamo coraggio noi possiamo avere la nostra.
Se non l'avete ancora visto, recuperatelo.

venerdì 28 agosto 2009

The ties that bind

Sai, Giuliano ha una storia un pò strana...La sorella, s'è sposata con quest'uomo e siccome sua madre era vedova e il padre del marito pure...insomma, hanno cominciato a frequentarsi.
Poi, però le cose sono andate male. Il marito della sorella adesso ha un amante, sai? Così anche la madre ha rotto la relazione col consuocero...Ma, non ci crederai, Giuliano per un pò è uscito con la sorella di suo cognato...

domenica 23 agosto 2009

Dave Devant and his spirit wife "I'm not even gonna try"


Invece io ci ho provato, ma questo video sul post non risco proprio a caricarlo. Beh, almeno vi incollo il link per andarvelo a vedere... http://www.youtube.com/watch?v=zA68qicgV2A
Dave Devant vi dà la sua ricetta di vita...

mercoledì 19 agosto 2009

Bob Dylan "Hard Times"


In realtà si tratta di un traditional contenuto nell'album "Good s I been to you". Quando l'ascoltai uscivo da un periodo molto brutto della mia vita. Perciò la pubblico come una specie di formula magica, per coloro che stanno passando dei tempi duri, perchè passino e non tornino più.

Let us pause in life's pleasures and count its many tears
While we all sup sorrow with the poor
There's a song that will linger forever in our ears
Oh, hard times, come again no more.

'Tis the song, the sign of the weary
Hard times, hard times, come again no more
Many days you have lingered all around my cabin door
Oh hard times, come again no more.

While we seek mirth and beauty and music light and gay
There are frail forms fainting at the door
Though their voices are silent, their pleading looks will say
Oh, hard times, come again no more.

'Tis the song, the sign of the weary
Hard times, hard times, come again no more
Many days you have lingered all around my cabin door
Oh hard times, come again no more.

There's a pale drooping maiden who toils her life away
With a worn heart, whose better days are o'er
Though her voice it would be merry, 'tis sighing all the day
Oh, hard times, come again no more.

'Tis the song, the sign of the weary
Hard times, hard times, come again no more
Many days you have lingered all around my cabin door
Oh hard times, come again no more.

'Tis the song, the sign of the weary
Hard times, hard times, come again no more
Many days you have lingered all around my cabin door
Oh hard times, come again no more.

venerdì 14 agosto 2009

"Sun hits the Sky" SUPERGRASS!


I know a place where the sun hits the sky,
Everything changes and blows out the night,
Everyone knows why my tongue can't be tied,
'Cause I want to live where the sun meets the sky,

I am a doctor, I'll be your doctor,
I'm on my way, you won't come down today,
Live for the right things, be with the right ones,
Or they'll hold you down, they'll turn your world around,

Well, I just don't know why the sun hits the sky,
Everyone changed as they turned out the light,
Living is easy with time on my side,
'Cause I want to live where the sun meets the sky,

I am a doctor, I'll be your doctor,
I'm on my way, and you won't come down today,
Live for the right things, be with the right ones,
Or they'll hold you down, they'll turn your world around,

I am a doctor, I'll be your doctor,
I'm on my way, and you won't come down today,
Live for the right things, be with the right ones,
Or they'll hold you down, they'll turn your world around,

giovedì 13 agosto 2009

Sulla strada con Tom Petty- Higway Companion


Non so perchè, ma nonostante l’estrema simpatia che provo per Tom Petty (ricordo di averlo disegnato una volta come un becchino che insieme a Bob Dylan scavava buche con la chitarra) e l’affinità con la sua musica, non mi sono mai comprata un suo cd.

Mi sono guardata e riguardata i suoi vecchi video (“Don’t come around here no more” è ancora uno dei più divertenti e azzeccati mai prodotti), l’ho ascoltato alla radio, l’ho seguito come Travelin’ Wilbury…Ma un disco suo non me lo sono mai preso.

Mai dire mai. Grazie ad alcuni cittadini di Livorno che pietosamente aprono i negozi la domenica dando rifugio agli sfigati arrivati con un anticipo di 6 ore sull’orario d’imbarco per la Sardegna e grazie al mitologico cestone delle offerte, mi porto via “Highway Companion” (attenzione, del 2006!) a poco più di 5 euri…Yuppiiiii!

Nelle foto del libretto allegato Tom non ha più lo sguardo inquietante da Cappellaio Matto di un tempo, è molto mite, appare quasi in difficoltà davanti alla macchina fotografica. E nonostante si tratti di un album con tutte le tonalità rock e blues e country del caso è innegabile che si senta una certa malinconia. I suoni non sono mai troppo aspri, a volte addirittura sommessi e la strumentazione è abbastanza scarna, anche considerato che il produttore è Jeff Lynne (anche lui Travelin’ Wilbury ma soprattutto ELO, vale a dire coretti e tastiere a go-go). Inoltre, suona quasi tutto Tom.

Un lavoro che da qualche altra parte avrebbero definito come “intimista”.

Il titolo è quanto mai chiaro, tutte le canzoni, con forse l’eccezione di “Damaged by love” (molto bella e moooolto triste) parlano di movimento, di andare, di cercare, di tornare.

“Saving Grace”, il blues che apre l’album , parla di un’incessante ricerca, “Square One” è una delicata ballata sul ritorno a casa,“Flinrtin’ With Time” una corsa rock in fuga dal tempo. E ancora “Down South” (un’altra ballata), “Jack”, “Big Weekend” (un allegro brano country), “Turn This car around” (altro blues) fino all’addio alla “Golden Rose” che chiude il disco.
Come ho detto sopra, c’è una malinconia che pervade tutte le canzoni, qualcosa che ha a che fare con addii, rinunce, con la ricerca del proprio posto. Sia chiaro, non è Antony and The Johnsons, non vi deprimerà. Ma sicuramente sarà un buon compagno nei momenti in cui magari volete stare soli o vi trovate a rimuginare o avete voglia di qualcosa di americano e di bello ma senza urli e chitarroni. Vi sentirete meno soli e un po’ più capiti da questo mondo.

martedì 11 agosto 2009

Waiting for Jack


Non si ferma mai, Jack White. Fa bene, intendiamoci. Tutti lo adorano, gode di ottima stampa, nessuno che gli trovi un difetto. Nemmenouno, neh!

Congedata Meg e i White Stripes, accantonati i Racounters, adesso sotto con sta nuova creautura lo-fi, i Dead Weather.
Al suo fianco come lead vocal Alison Mosshart dei Kills , e fuoriusciti vari dai Queens of the stone age, Greenhornes e Racounters stessi.

Leviamoci subito il fastidio, il disco non è mica brutto,per carità . I Cut like a buffalo, So far from your weapon, Will be there enough water e Treat like me like your mother convincono e lasciano il segno. Però, insomma. Non capisco la necessità di fare musica indie-masturbatoria quando si ha, o si presume di avere, un grande talento musicale.

Detesto fare il guastafeste (in realtà lo adoro, ma vabbeh) però se il nostro si concentrasse di più su un progetto, se decidesse cosa fare da grande, se si applicasse maggiormente.
Ecco, se si applicasse...

Mi ricorda quegli studenti che: "guardi, suo figlio è intelligente, ma non s'impegna..."

giovedì 6 agosto 2009

Fumetto: "V per vendetta"


Come forse ho detto in precedenza, non sono una lettrice di fumetti. Generalmente mi piacciono solo quelli comici, anche se per alcuni autori (Mattotti, Paz) posso fare uno strappo. E come forse ricorderete, sono rimasta estasiata da "Watchmen", sceneggiato dallo stesso Alan Moore coautore di questa serie. Si tratta di un fumetto famoso in tutto il mondo, da cui è stato tratto un film e di cui ho sentito parlare solo bene. Chiarito tutto ciò, sappiate che il mio giudizio non è quello di un esperto.
Dunque, "V per vendetta" è stato iniziato nel 1981 da Moore e dal disegnatore Andrew Lloyd. Sono gli anni del Thatcherismo selvaggio e la storia riflette il clima del paese.
Si ipotizza che dopo un conflitto mondiale l'Inghilterra sia governata da un regime che controlla tutto attraverso telecamere, microfoni, polizia ed informazioni manipolate. In nome della sicurezza nazionale ogni libertà ed ogni espressione artistica sono state abolite. Le varie parti degli organi di controllo si chiamano l'Occhio, l'Orecchio, il Dito, eccetera.
In questa situazione a dir poco oppressiva e claustrofobica (e non di meno realistica) irrompe un uomo mascherato come Cyrano, con tanto di cappello e mantello: uccide personaggi di spicco della nomenclatura, salva fanciulle, spezza l'ordine costituito. Chi è? Da dove viene? Forse non lo sapremo mai. Forse non importa.
La storia di questo fumetto è appassionante e complessa. E' impressionante constatare come con i suoi riferimenti piuttosto espliciti e la critica alla società del controllo in nome della sicurezza abbia predetto i tempi che erano a venire, quelli in cui ogni libertà sarebbe stata sacrificabile per un presunto "bene superiore".
Nessuno è pulito in questa società immaginaria, lo stato, la polizia, la chiesa, ci sono dentro tutti. E per tutti V ha una punizione. Ma il suo scopo e ben più ampio e non si fermerà come alcuni pensano.
Alan Moore è certamente un grande sceneggiatore, pazzo che più pazzo non si può, ma purtroppo qualcosa non funziona. I disegni, scusate tanto, sono proprio brutti. Così brutti che si fa una fatica terribile a distinguere i vari personaggi e si crea una grande confusione. Il personaggio femminile di Eve viene straziato dalla penna di Lloyd, a volte da una vignetta con l'altra non la si riconosce. Questo, insieme con l'impaginazione quasi identica di ogni pagina, con vignette molto piccole rende lo stile già non chiarissimo ancora più difficile da comprendere.
Secondo il mio amico Ciccio, Dave Gibbons non era all'altezza della sceneggiatura di "Watchmen", ma almeno era chiaro!
Non so se sia per questo o per un problema di traduzione, o perchè ogni tanto Moore si perde, ma verso la fine ho fatto una gran fatica a distinguere i personaggi e tutto l'intreccio. Accetto opinioni diverse.
Considerando che si tratta di una serie, forse c'è un problema di continuità o, al contrario, seguirlo mese per mese forse risultava più facile.
Nonostante tanti difetti l'originalità dell'argomento e la genialità di Moore sono lì, evidenti a tutti.
Il suo nome rimane un ottimo motivo per prendere in mano un fumetto, se questo in particolare, lo lascio decidere a voi.

venerdì 17 luglio 2009

Una casa ideale


L’agente immobiliare è una donnona alta e robusta. Occhiali da sole giganti marca Rayban, sandali di plastica col tacco, fasciata in un vestitino di raso viola di evidente fattura cinese, fa una gran scena da lontano. Appena si avvicina ti rendi conto che faccio più figura io col mio vecchio prendisole comprato in un grande magazzino, i capelli arruffati e sudati e i Birkenstock vecchi di 4 anni.

Da queste parti è venuto Hemingway. Anzi, ci ha vissuto, proprio in queste case, quando erano ancora di proprietà di un barone suo amico, padrone di tutta la zona. Ci ha pure scritto un libro. Ma a me Hemingway non piace. Adesso ci sono io qui, insieme a Paolo, a suo fratello e alla moglie di suo fratello, per vedere una casa. Una casa nuova, una casa che potrebbe essere la nostra casa, dopo quasi dieci anni stipati insieme alle mie mille attività in un appartamento a Milano. Non avevo pensato mai di trasferirmi qui. Prima avevamo parlato di Marche, poi di Toscana, poi alto Lazio. E siamo finiti nel piatto, piattissimo, afoso Veneto. Ma Lorenzo, mio cognato, vuole trasferirsi qui e dato che fa il geometra e ama andar per case, già che cercava la sua, ha dato un’occhiata anche per noi. E ha fatto centro. Isolata, vicinissima al fiume…La posizione è ottima.

Peccato sia in Veneto, mi dico.

Fa un caldo terribile e neanche sotto l’enorme porticato si sta tanto meglio. Ma mia cognata dice di sentire molto più fresco. Mia cognata ha più di 50 anni e si esibisce in vestitini estivi che salgono ben oltre il ginocchio. Io ho appena compiuto 41 anni e mi faccio problemi a mettere gonne un po’ corte. Di tacchi alti praticamente non se ne parla, anche se ho appena comprato un paio di sandali che chiamo “i trampoli”. Chissà se li metterò mai. Ma si sa, è una questione di attitudine. Mia cognata ha l’aria di una che ne ha passate a sufficienza, anche se l’atteggiamento fisico è quello di una ragazzina un po’ sbruffona. Il colore dei suoi capelli è proprio strano, giallo con striature rosse, ma questa volta sembrano più in ordine di un mese fa, quando sparavano da tutte le parti. Lei e il fratello di Paolo stanno insieme da 20 anni, e sembra che vadano ancora d’accordo. Ieri hanno passato metà pomeriggio a massaggiarsi i piedi a vicenda mentre chiacchieravamo, una cosa imbarazzante. Mia cognata si arrampica sulla sedia da giardino e comincia a toccarsi i piedi, poi arriva suo marito e glieli massaggia. E io sono lì a guardare e penso che certe cose non le faccio mai in pubblico. Sono un tipo maledettamente per bene.

L’agente immobiliare (si chiama Leonilda) apre la porta dell’appartamento. Rimaniamo stupiti, è pieno di mobili, di cianfrusaglie, venute da chissà dove.“La proprietà ha permesso a degli amici di mettere delle cose in questi appartamenti, ma non immaginavo così tanta roba” dice Leonilda, sembra stupita ma non ha tono di scusa. C’è di tutto: cassettoni, specchi, ante d’armadio, giocattoli, un plastico di un “casone” con due barboncini di platica incollati sulla base di cartone, tricicli, una panchetta indiana di metallo che inizia e finisce con la testa di un elefante, completata da un cuscino azzurro. Mi chiedo chi cazzo possa averla comprata.

Per farsi perdonare Leonilda ci porta a vedere un altro degli appartamenti del complesso, anche quello in vendita, già abitato e con la stessa metratura. Usciamo sul vialetto e percorriamo qualche metro, entriamo da un cancelletto e ci troviamo coi piedi su una rosa dei venti fatta di minuscole piastrelle. Alla nostra sinistra un mega barbecue, alla nostra destra un finto pozzo con un’enorme sirena di pietra seduta sul bordo. Io vorrei già correre via. Invece entriamo. Nella struttura della vecchia cascina sembra che sia atterrata una tribù di alieni con i loro architetti: il divano e le sedie ricoperte in pelle sono bianchi; dal muro giallino spunta un pezzo di sasso finto, come un meteorite incastonato tra i mattoni. Il tavolo è di cristallo, come il tavolino da caffè e l’appendiabiti per i cappotti degli ospiti. Saliamo al piano superiore con una spaventosa scala senza corrimano, un vero affronto alla forza di gravità: le due camere da letto sono dipinte di rosso e blu scuro e da sopra la testata di ogni letto spunta la stessa meteorite del salotto. Miodio, miodio. Mi sento male. Usciamo, e noto che il proprietario ha fatto installare in salotto un camino hi-tech e tiene delle torce a gas per le serate con gli amici nel giardino con la sirena. Sono sorpresa che non ci siano Biancaneve e i sette nani dipinti d’argento o d’oro.

Mia cognata è il tipo che tratta il suo piccolo cane barboncino come una specie di figlio. Gli cucina il petto di pollo sulla piastra, si preoccupa perché non resti solo troppo a lungo, lo prende in braccio e dopo non si lava le mani. Un’altra cosa in cui sono molto per bene. I miei genitori mi hanno insegnato che gli animali per quanto puliti sono sporchi e per ribadire il concetto non me ne hanno mai preso uno. Salvo perdere la testa per un gatto poco prima che me ne andassi di casa.

Quando sono stata in Inghilterra ho conosciuto una donna che non solo prendeva in braccio il cane durante i pasti, gli faceva leccare il piatto quando aveva finito di mangiare. Uno schifo. Ai miei non l’ho mai raccontato. Ci dormiva col cane, quella lì. Dopo quello pensavo che sarei stata più malleabile con le misure igeniche.

La moglie del fratello di Paolo si accende una sigaretta. Mi sento male, penso di stare male. Dio uccidimi, ti prego uccidimi. Non credo in te, non credo nella tua bontà, ma se esisti uccidimi, non farmi affrontare il domani. Non farmi affrontare anche questo. Non farmi affrontare il resto della vita in mezzo a tutto questo. A queste persone. Lo so che sono buone, lo so che sono una stronza snob, ma non mi somigliano. Uccidimi ti prego, ora. Non mi ricordo più quando è stata l’ultima volta che ho fatto qualcosa per me e solo per me. Forse è stato quando mi sono licenziata dalla banca. E’ passato un mucchio di tempo. Potrei sparire. Potrei non farmi più vedere.

Ieri Paolo ha detto che quest’anno i turisti tedeschi saranno in aumento del 15 percento a causa della crisi. Tre volte in due ore. Alle stesse persone. Ha ripetuto storie dell’ufficio che ho ascoltato per la 500esima volta. Ormai so prevedere cosa dirà, come lo dirà. Mi sento male.

Saliamo in macchina, facciamo un giro nei dintorni della casa. Ci sono solo campi. Mia cognata è seduta dietro con me. Toglie i piedi dalle ciabatte di gomma e li appoggia dietro al sedile di Paolo. E ricomincia a toccarseli. Penso che dobbiamo mangiare a casa loro. Chissà se si laverà le mani prima di cucinare.

venerdì 10 luglio 2009

Falling to Pieces


A 41 anni ti sei più o meno resa conto che invecchierai. Anzi, stai già invecchiando: le prime rughe. La prima caduta della pelle. I capelli bianchi. Qualche sopracciglio bianco. Ci sono momenti in cui non sembra e momenti in cui è spaventosamente evidente. Le mani, lo vedi bene sulla pelle delle mani che sembra arrotolarsi sulle falangi. Mamma mia.
Le mie gambe diventeranno secche o enormi? I peli smetteranno di crescere?
Come mi vedrò quando avrò 45 anni? E a 50? Succederà un disastro? Oppure no? Il fatto di non aver avuto figli mi penalizzerà o favorirà a livello ormonale?
Le ossa cederanno? Mi ingobbirò? Le macchie brune della pelle, ce le avrò? Il mio corpo si disfacerà lentamente o tutto in una volta?
Sono pensieri che fanno paura, che mi terrorizza affrontare. E questo bombardamento di creme miracolose e natiche toniche mi terrorizza anche di più. Forse per questo non mi tingo neanche i capelli, sarebbe come riconoscere che sto invecchiando. Oppure far finta che non sia così, che forse è pure peggio.

giovedì 9 luglio 2009

David Devant and His Spirit Wife - I Think About You


Chi se lo ricorda?


Now get this clear
I'm being sincere
Your biggest fan
That also ran
Is not someone I fear
Read my mind
And what you find
Will help us leave the world behind


Ooh! Aah!
In the garden
With my famous purple heart on
Or the day we metThat's a day
I won't forget
In my romantic novel
You will call and I'll just grovel
You'll tie me up with chains
And pick my brains


I think about you (how much?)
Let me give you a clue
I think about you
I think about you (why's that?)
It's just something that I do
I think about you


No I'm not being funny
When I call you honey
It's from the heart
So play a part
In making my egg runny
Read my mind
And what you find
Will help us leave the world behind


Ooh! Aah!In the garden
With my famous purple heart on
Or the day we met
That's a day I won't forget
In my romantic novel
You will call and I will grovel
You'll tie me up with chains
Then come home andPick my brains out


My dog just died
My brain has fried
But I think about you
My car broke down
I had to run out of town
But I think about you
Oh I'm on holiday
Somewhere very far away
But I think about you...

On the day we met
But it's
it's not....finished....
yet....


I think about you
It's just something that I do
I think about you
I think about you
Do you think about it too?
I think about you....

Dottor Jeckyl e Mr Hide si lavano sempre le mani


Regola numero uno: mai guardare un film e leggere dopo il libro da cui è tratto. In genere rispetto questo dogma, ma nel caso di Fight Club le circostanze mi hanno costretta a violarlo. Perché non sapevo che il film fosse tratto da un libro quando sono andata a vederlo e perché d’altronde il film stesso funzionava così bene che non avevo mai pensato di leggere il libro.
Non è cosa da poco, tutto considerato: ad ogni pagina ti addentri nelle immagini del film e le facce dei personaggi protagonisti sono ormai quelle di Ed Norton e Brad Pitt.

Regola numero due: se siete arrabbiati e leggete questo libro, sarete ancora più arrabbiati, vi sentirete circondati dalla banalità, dalla quieta disperazione di una vita grigia e senza scopo, manipolati dalla televisione e immersi in una realtà in cui il vostro unico scopo deve essere apparire e consumare. Vi renderete conto di essere in trappola, più o meno dal momento in cui siete nati. Perché fingere in fondo? E’ così. E’ una consapevolezza che Chuck Palahniuk affronta ad ogni pagina e la vita che descrive il protagonista sembra la tua vita, chiuso in ufficio, a fare un lavoro che non ti piace, accettando compromessi su compromessi finchè è troppo tardi.

Regola numero tre: non c’è via d’uscita L’unica sarebbe la morte, invocata ripetutamente, senza pudore. Non avendo il coraggio di darsela, la morte si va a cercare dove si trova, nei gruppi di sostegno per i malati di cancro o di altre malattie terribili; e paradossalmente ci si avvicina alla vita vera, l’autentica sensazione di vivere. L’ombra che non esiste senza la luce e viceversa.
Da qui partono le avventure del protagonista del libro, due uomini con un solo nome, che però non si capisce mai fino a che punto sia quello vero. “Solo nella morte abbiamo un nome”.

Regola numero quattro: la paranoia, l’ insoddisfazione, crescono al punto di creare un’alternativa a quel mondo ovattato e finto di cui fai parte, basata sul brutto, lo sporco, il malato. Alla perfezione fisica opponi l’estetica di un decadimento forzato, le cicatrici, i lividi, i colli spezzati.
E rovesci in chiave nichilista l’essere nulla e l’essere tutto della nostra società: diventare niente per servire uno scopo di distruzione piuttosto che essere un numero per servire la produzione ed il consumo, annullarsi consapevolmente per essere, avere un nome solo quando ormai non si è più.

C’è una dose massiccia di teorie orientali e buddiste in tutto ciò, ben presenti anche nel film.
Questa può sembrare una lettura assai seria, ne convengo, ma c’è da dire che altrimenti questo potrebbe sembrare un romanzetto scritto da un allegro psicopatico, estremamente pericoloso per migliaia di adolescenti con tendenze suicide. In realtà dietro al divertimento ed al cinismo c’è il riconoscimento senza paura del lato comico della tragedia, dei nostri istinti autolesionisti, qualcosa che teniamo chiuso dentro la nostra testa e che non abbiamo il coraggio di confessare a nessuno, neanche al compagno/a, pena un rimprovero o un commento sconcertato.
In un mondo dove si uccide per un parcheggio non è bello riconoscere lucidamente che forse non siamo sempre tanto contenti di essere vivi e al di là di questo neanche ci troviamo un senso ad esserlo.

mercoledì 1 luglio 2009

Sorridi Bruce!














Ma che gli è successo? Da un paio di album in qua le foto di Bruce pubblicate sulle riviste non sono quelle di uno splendido cinquantenne che anche se toppa un disco si rialza e ricomincia a suonare, ma quelle di un cane bastonato o un gigantesco bambino imbronciato.

La copertina di Vanity Fair di qualche settimana fa mi aveva già deluso un pò. Ma poi aprendo il giornale stesso, ho scoperto foto ancora più deprimenti...Saranno i fotografi ("Più tristezza Bruce, un pò di desolazione, ecco...")? O lui è stufo di farsi fotografare?

Almeno un sorrisino a denti stretti...

lunedì 15 giugno 2009

Chuck Palaniuk -La scimmia pensa, la scimmia fa

Chuck Palaniuk può sembrarvi matto. Può sembrarvi il solito americano fuori di testa che ha trovato nella follia del suo paese un filone succoso per alimentare la propria penna e di conseguenza il proprio conto in banca; oppure potete prenderlo per un tizio che a causa della sua travagliata infanzia e della scioccante, incredibile fine di suo padre, trova divertente esplorare il lato più bislacco e macabro della vita.
Potrebbe essere.
Leggendo questo libro io ho avuto però un’impressione diversa e cioè che sia uno di quelli che dicono sempre di sì. Sì a qualunque esperienza: dall’ordinare un allungapene a suzione per corrispondenza, a dissezionare cadaveri insieme alla propria amica aspirante medico, Chuck non si tira mai indietro, si butta sotto il treno degli eventi consapevole dei rischi e dei propri sentimenti.
E poi ne scrive.
Veniamo così a conoscenza da questa raccolta di articoli non solo (e non tanto) dell’esistenza del “Festival del Testicolo”, del “Demolition Derby” delle mietitrebbia o di un gruppo di folli che si diverte a costruire ed abitare castelli in stile medievale o i retroscena del mondo della lotta non professionistica Americana, ma molti particolari sulla storia e sul pensiero lucidissimo di Palaniuk.
Scopriamo che ha fatto uso di steroidi cercando di ottenere un fisico scolpito e che va matto per i libri di Ira Levin (l’autore di “Rosemary’s Baby”), che ha letto Mark Richard (uno scrittore che probabilmente in Italia sono l’unica a conoscere), che non crede ai fantasmi e che quando si recò ad Hollywood aveva una terribile infezione al cranio.
Parlando del mondo e di ciò che vi accade parla di sé e attraverso l’analisi delle proprie sensazioni, dei propri pensieri segreti, delle sue esperienze, ci restituisce un’immagine della realtà limpida e tagliente che ci assomiglia molto e a volte fa paura.

Il cerchio si chiude.
Chuck si espone, senza giudicare, senza autocensure e con una buona dose di autoironia. L’elemento più forte della sua scrittura, è questa mancanza di limiti che la rende eccitante, adrenalinica e disturbante.
In quest’ottica gli incontri con Marilyn Manson o Juliette Lewis finiscono quasi per perdere interesse…chi se ne importa di gente così banale quando possiamo avere il punto di vista di una persona interessante come Palaniuk?

Di tutti i pezzi della raccolta forse il più emblematico è l’ultimo, “Premi di consolazione” in cui sono narrate le circostanze in cui l’autore ha vissuto i giorni del suo primo successo letterario (“Fight Club”): mentre la sua vita prendeva una piega verso la fama e la ricchezza, suo padre veniva ucciso a fucilate da uno psicopatico. La realizzazione dei tuoi sogni corrisponde con una tragedia che ti segnerà per sempre, la “svolta” della tua vita con il disastro assoluto.
Succedono un sacco di cose strane.

domenica 24 maggio 2009

Buon Compleanno Mr Dylan!









Quando Dylan mi trovò, perchè come i gatti non sei tu a cercarlo, ma lui a trovarti, ero appena uscita da un periodo buio e -non lo sapevo- stavo per tuffarmi in un altro periodo di oscurità.
Mi prese il cuore e la mano e mi aiutò con le sue parole e la sua musica.
Da allora è lui la mia vera guida e anche se lui non lo sa (o fa finta di non saperlo) gli devo un mucchio. Auguri Bob!!!

domenica 17 maggio 2009

Un tempo questo tempo

Non è solo una questione di canzoni.
Anche se quelle da sole basterebbero per qualunque gruppo. Avercene di gente che scrive album come Le radici e le ali e Storie d'Italia.

Ma quanta gente c'è che si spaccia per rivoluzionaria e magari scrive i libri per la Mondadori ("la lotta la faccio dall'interno", ma andate a cagare), canta pugni alzati e viene ricompensata con l'ospitata in qualunque manifestazione nazional popolare di sinistra (1° maggio su tutte).
I fratelli Severini invece hanno portato la loro feroce e indomabile coerenza a sbattere contro il muro dell'ipocrisia e del quieto vivere. Non fanno i rivoluzionari da salotto. Sono senza contratto discografico, senza major, senza padrini.

Sono persone che hanno interrotto la carriera musicale per coronare il sogno della vita di costruirsi da soli, con le proprie mani, la casa per loro famiglia, e dopo hanno ripreso a suonare. Come? Dove? Ovunque li chiamino, feste di paese, ricorrenze storiche, acustici, elettrici, davanti a mille, cento, dieci spettatori, famiglie, passanti annoiati, bambini. Tanti bambini.

Sono un te stesso alternativo,i Gang, in un mondo in cui non hai accettato compromessi e hai pagato per le tue idee. Sono gli anarchici, i fuorilegge, i comunisti schiacciati dal nuovo ordine mondiale, i briganti, gli sconfitti e gli emarginati della storia.
Hai voglia di abbracciarli forte e non lasciarli più, di perdonargli qualunque cosa.
E mentre lo fai, in sottofondo ci dovrà essere questa canzone.




Un tempo fu un bandito
bandito senza tempo
uccise un presidente
ne ferì altri cento

Forse fu a vent’anni
o forse due di meno
era con
Gaetano Bresci
sopra una nave lungo il Tirreno.

Giocarono a tresette
tresette con il morto
il terzo era un gendarme
il quarto un re dal fiato corto

un tempo fu a Milano
dove si va a lavorare
c’erano tante bande
quante banche da rapinare.

Forse fu per caso
che con
Pietro Cavallero
fece la comparsa
in un film in bianco e nero.

Gli diedero fucili
e pistole di terza mano
un passaporto falso
per fuggire via lontano.

Un tempo per paura
forse per coraggio
si fece catturare
alla catena di montaggio

Quel tempo chi lo ricorda
lo Stato aveva mal di cuore
così a
Renato Curcio
chiese in prestito nuove parole.
Con quelle partì all’assalto
di nuovi mulini a vento
incontrò anche un sorriso
lungo la strada che porta a Trento.

Un tempo questo tempo
con un’arma un po’ speciale
una Magnum Les Paul
spara canzoni che fanno male.
Ora ha una nuova banda
e un fazzoletto rosso e nero
quando attacca "I fought the law"
fa saltare il mondo intero.

ma un tempo fu un bandito
bandito senza tempo
veniva con la pioggia
e se ne andava via col vento....

venerdì 15 maggio 2009

mercoledì 13 maggio 2009

Martin Millar- "Io Suzy e i Led Zeppelin"


Questo libro di Martin Millar è un pò quello che tutti quelli della mia generazione (nati negli anni 60/70) vorrebbero scrivere, un romanzo di formazione all'ombra della nostra rockstar preferita.

Durante l'adolescenza i suoi idoli erano i Led Zeppelin, un gruppo che ancora oggi ascoltato da una quarantenne praticamente digiuna della loro musica (ok, d'accordo, una volta strimpellavo l'intro di "Stairway to Heaven", vado matta per "Whola lotta love" e adoro il cartone animato coi gattini vichinghi di "Immigrant song", ma si può dire che li ho scoperti con questa lettura) ha il suo bel perchè. Me lo posso immaginare cosa possa essere per un adolescente ascoltare roba del genere, tutta energia, rabbia e sesso.

Infatti, nel libro non credo ci siano due pagine consecutive in cui non compaia il nome LED ZEPPELIN: come tutti gli adolescenti Martin era ossessionato dai suoi idoli e ne aveva fatto un metro di giudizio per la sua vita, che come è prevedibile non era entusiasmante, a 15 anni. Tra parentesi, se uno che era figo a scuola volesse farsi vivo e scrivere lui le sue memorie, è il benvenuto, sarebbe ora di sentire anche l'altra campana. Ma sto divagando.

Martin racconta di sè e del suo infelice amore per una bella compagna di classe, del suo migliore amico, del ragazzo più fico della scuola. Abbastanza in linea con molte cose già lette e viste (chi si ricorda "Scheggie di follia"?), ma col sottofondo perenne dei Led Zeppelin, di cui analizza le canzoni e ricorda l'effetto che ebbero (e che hanno) su di lui.

E' così forte questo sottofondo che ho dovuto smettere di leggere il libro per procurarmi i loro dischi, altrimenti non sarei riuscita a capirlo fino in fondo. Nonostante tutti i personaggi e le loro storie (passate e presenti) si sente che i veri protagonisti sono i LZ e d'altronde senza di loro un libro così probabilmente non avrebbe avuto senso. Tutto è una lunga preparazione verso l'orgasmo cosmico del loro concerto di Glasgow del 1972, un punto di svolta per tutti i personaggi coinvolti.

Niente sarà più come prima, le cose cambieranno per sempre, nel bene e nel male.

Si tratta come per "Latte Solfato e Alby Starvation" di un romanzo apparentemente semplice da scrivere e che a volte, pur non perdendo il ritmo sembra un pò trascinarsi. Ma non è così, e basta avere un minimo di tempo per farsi catturare che ci si ritrova a correre in preda alla curiosità verso il finale.

Millar mi ha portato a chiedermi come mai rimaniamo così influenzati dalla nostra adolescenza, come se si creasse un marchio indelebile, che ci impedisce di essere gli stessi di prima e che ci resta dentro anche a distanza di anni. Positivo o negativo che sia. Personalmente ricordo ancora la sensazione di panico, di terrore che mi dava l'adolescenza e anche se ora sto molto meglio non posso fare a meno di chiedermi come mai certe cose non se ne siano mai completamente andate. Ritengo sia un limite, ma piuttosto diffuso.
Mi rimane il dubbio del perchè Millar non sia ancora stato saccheggiato dall'industria cinematografica britannica, trovo che le sue storie potrebbero fare la loro figura sul grande schermo.

venerdì 1 maggio 2009

venerdì 17 aprile 2009

I went down, down, down and the flames went higer


Merda, io amo quest'uomo. Non mi viene in mente nessun altro essere vivente che incarni la quintessenza del rock 'n roll quanto Mike Ness dei Social Distortion. No dico, ha le parole amore e dolore tatuate sulle nocche. Robert Mitchum sarebbe fiero di lui.

Ex eroinomane, corpo tatuato che nemmeno uno della yakuza, punk rock senza compromessi e senza ossequi alle mode mainstream o indie del momento.

Per dire, Mommy's little monster è uscito nel 1982 quando i ragazzi si rincoglionivano con l'elettronica o la cazzo della new wave. Lui e la band hanno inciso questo dischetto da mezzora scarna. Hanno fatto la storia, e poi si sono sciolti.
Come il reverbero violento che fa una chitarra distrutta sull'amplificatore a fine concerto. Un fragoroso vaffanculo al music biz.

Oggi l'album è tra i dischi più importanti del secolo in ogni classifica di settore che si rispetti. Poi i Social si sono riformati (cosa c'è di più rock 'n' roll di questo?!?), Mike c'ha quasi lasciato le penne per overdose, mentre nel 2000 Dennis Danell, unico membro superstite insieme a Ness della line-up originale le penne ce le lascia davvero.

Ma ormai i SD sono un'icona, il Nostro si toglie anche lo sfizio di fare due dischi da solo, nei quali paga il tributo d'amore al country (Ring of fire di Johnny Cash, nel disco omonimo dei SD del 90 è già leggenda) e al suo amatissimo Hank Williams, coverizzando tre suoi brani.

L'ultimo disco dei SD è del 2004, titolo da rockers adulti: Sex, Love and rock 'n roll. La formula è quella consolidata, niente di nuovo sotto il sole, ma è perfetto così. Still kicking ass after all those years.

Il 13 giugno i Social Distortion saranno a Milano. Sembra incredibile, ma qualcuno ha bisogno di essere persuaso da me a non perderli...

martedì 14 aprile 2009

Old song, always good


Questa la canto sempre in prossimità di scadenze elettorali...


THE WHO-WON'T BE FOOLED AGAIN


We'll be fighting in the streets
With our children at our feet
And the morals when they worship will be gone
And the men who spurred us on
Sit in judgement of all wrong
They decide and the shotgun sings the song

I'll tip my hat to the new constitution
Take a bow for the new revolution
Smile and grin at the change all around
Pick up my guitar and play
Just like yesterday
Then I'll get on my knees and pray
We don't get fooled again

The change, it had to come
We knew it all along
We were liberated from the foe, that's all
And the world looks just the same
And history ain't changed
'Cause the banners, they'd all flown in the last war

I'll tip my hat to the new constitution
Take a bow for the new revolution
Smile and grin at the change all around
Pick up my guitar and play
Just like yesterday
Then I'll get on my knees and pray
We don't get fooled again

No, no!

I'll move myself and my family aside
If we happen to be left half alive
I'll get all my papers and smile at the sky
For I know that the hypnotized never lie

Do ya?

Yeaaaaaaaaaaaaaa!

There's nothing in the street
Looks any different to me
And the slogans are out-phased, by-the-bye
And the parting on the left
Is now parting on the right
And their beards have all grown longer overnight

I'll tip my hat to the new constitution
Take a bow for the new revolution
Smile and grin at the change all around
Pick up my guitar and play
Just like yesterday
Then I'll get on my knees and pray
We don't get fooled again

Don't get fooled again
No, no!
Yeaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaah!

Meet the new boss
Same as the old boss

martedì 7 aprile 2009

C60-1 / 04 / 09

Pronto il primo volume della serie di compilazioni by cosmic kid. Sono particolarmente soddisfatto del risultato ottenuto coniugando suoni e stili in apparente conflitto tra loro. I pezzi si amalgamano alla perfezione, stacchi e attacchi si uniscono come se le canzoni fossero state concepite per stare assieme. Non è così comune che questo accada in modo così spontaneo. Il raccoltone è cadenzato dalla famiglia Williams: Hank sr, Hank jr ed Hank III. Non si spaventino i non avvezzi al country, le canzoni sono godibilissime anche dai non redneck e prima o dopo ogni stile musicale ha il suo giusto riconoscimento.

Entriamo nel dettaglio: LATO A


1) Hank III, I don't know. Prima che facesse dell'outlaw country il suo unico credo, non solo musicale, ma anche di vita, il nipotino del maestro prendeva le misure con godibilissimi dischi di vigoroso e canonico country, coniugato nei suoi vari aspetti. Questo qui è un honky tonk da juke-box, grande ritmo, chitarre sugli scudi e testo divertente.

2) Ting Tings, That's not my name. Dalla musica a torto considerata per bifolchi, alla coppia più trendy del rock inglese. Grande ritmo e ritornello penetrante. Have fun!!!

3) Bob Dylan, Behind here lies nothing. Si torna in America, e si torna alle radici. Anticipo del nuovo album dell'uomo che ha cambiato la musica : è blues, è folk, è swing, è timeless. Cristo santo signori, è Dylan. Nel 2009.

4) Answer, Be what you want. Irlandesi, raccomandatissimi, emulano i grandi dell'hard rock dei seventies. Con questa canzoni si cimentano nella loro occupazione in subordine: imitare i Black Crowes.

5) Justin Townes Earle, What i mean to you. Il figlio del totemico Steve Earle è alla prova del secondo album. Il ragazzo ha personalità, una voce evocativa e scrive in modo convincente.

6) Anthrax, Madhouse. Sono andato a riscoprire questo gioiellino metal, sull'onda dell'amarcord di un amico. If you wants electric guitars...

7) Will.i.am, I like to move it. Mancava un pò di disco, nes pa? Dal blockbuster Madagascar 2, un tunz tunz micidiale per muovere culo e fianchi.

8) Hank Williams jr, Family tradition. Giro di boa. Il Williams di mezzo è quello che mi sta maggiormente sulle balle, ma qualche pezzo l'ha azzeccato. Questo qui, autobiografico, è una vera bellezza.


LATO B


9) Soap&Skin, Spiracle. Andate oltre la ragione sociale che più ad un artista confà ad una catena di negozi per l'igiene. Lei è una diciottenne inglese che ammalia e avvolge. Come una spirale.

10) A camp, Stronger than Jesus. Side project di Nina Persson dei Cardigans al suo secondo capitolo. Un buon folk, ritornello che acchiappa, testo coraggioso.

11) Starsailor, Tell me it's not over. Ve li ricordate questi? Esordio fulminate e poi l'oblio. La traccia d'apertura del nuovo album ospita Ronnie Wood alla chitarra, ritmo e velocità avvolgono e sorprendono, rispetto allo stile consueto della band.

12) The BPA feat David Byrne, Toe jam. Che bello risentire la voce dell'ex leader dei Talkin heads! Questa traccia si muove tra elettronica e calienti ritmi limbo. Fatboy slim ci fa vedere che non si è arrugginito. Una goduria

14) Andrew Ridgeley, Shake. Quasi nessuno lo ricorda, ma anche la parte sfigata degli Wham!, dopo lo scioglimento del duo, ha pubblicato un album. Che strana questa canzone, unico singolo estratto da quel disco del 90. Inizia come Faith di George Michael e poi diventa quasi un pezzo alla Motley Crue. Pazzesco.

15) Heartless Bastards, Early in the morning. La ragione sociale della band nasconde in realtà la sola Erika Wennerstrom, from Ohio. Tra garage blues, omaggi a Patti Smith e rock sudaticcio. Da tenere d'occhio.

16)Peter Gabriel, Down to earth. Colonna sonora dei magnifici titoli di coda di Wall-E, il film della Disney. Bella, ma se la si abbina alle immagini diventa emozionante.

17) Hank Williams sr, Cold cold heart. Si chiude il cerchio. Di questa canzone, come di numerose altre di Hank d'altronde, esistono miride di versioni, machevelodicoaffà, l'originale nun se batte.

Alla prossima. Stay tuned!

sabato 28 marzo 2009

Watchmen il fumetto, Watchmen il film (Grazie Cosmic)


Da anni non leggo fumetti; ho studiato per diventare disegnatrice, ricordo che era il sogno della mia vita, ma com’è come non è alla fine non solo non ho realizzato quel sogno, ho perso interesse per i fumetti. Beh, almeno quelli “seri”, quelli di avventura. E più ne sto lontana più forti hanno da essere le storie per invogliarmi a prendere in mano un volume di nuvole parlanti.

“Watchmen” è un’opera magnifica, complessa, allucinogena, in cui la terra, il sangue e il cielo si accoppiano incessantemente rigenerandosi infinitamente attraverso i personaggi protagonisti.
La storia (ma non l’azione) inizia negli anni 40 con un gruppo di vigilanti mascherati, i Minutemen. Visti col senno di poi appaiono alquanto ingenui, ma non lo sono affatto e vengono illustrati in tutta la loro umanità: la maschera serve a nasconderli, più che a proteggerli, sotto di essa si celano debolezze, segreti e perversioni e appare chiaro che il confine tra l’essere un eroe ed essere un criminale, per alcuni di loro è molto sottile.
Il tempo passa, alcuni si ritirano, alcuni scompaiono inghiottiti dal nulla, altri si alleano coi servizi segreti Americani: è finita l’età dell’innocenza e con la comparsa di un superuomo di nome Dottor Manhattan, anche quella dei semplici eroi. Ma qualcuno c’è ancora, qualcuno come Rorschach che con la sua sola abilità fisica, la propria astuzia e desolazione psicologica persegue molto personalmente il fine della GIUSTIZIA.

Difficile andare oltre nella descrizione degli eventi, sia per la complessità sia perché non sarebbe carino rovinare la sorpresa a chi ancora non l’abbia letto.
Posso raccontarvi però del mio personaggio preferito, Rorschach, appunto. Sulla carta è insopportabile: fascista, reazionario, rigido come un pezzo di legno. Ma ti prende, da subito, ti affascina e non vedi l’ora che l’azione si sposti su di lui. Con il suo passato doloroso, la vita squallida che lui stesso rifiuta rifugiandosi dietro alla sua faccia bianca e nera, Rorschach è l’eroe più popolare (non in senso di celebrità), il gradino più basso nella scala dei Watchmen. E’ lui la terra, colui che ragiona con l’istinto primario, il primo chackra. E’ quello che vede a due dimensioni, a due colori, bianco e nero appunto, irragionevole, infantile e privo di compromessi. Ha visto ciò che tutti si rifiutano di vedere e non sa metterlo da parte per vivere in modo “decente”.
Appena sopra di lui sta Il Comico, una vera carogna. Anche lui ha capito quanto sia brutale il mondo ed inutile l’idea dell’eroe senza macchia e senza paura. Dunque, come un Kurtz in calzamaglia si è tuffato nell’orrore e se lo è fatto amico con il suo sense of humour.
Vengono poi Laurie (figlia di Silk Spectre e compagna del Dottor Manhattan) e Night Owl, un “uomo della strada” che cerca di rendersi utile e di non ricorrere alla violenza se non è strettamente necessario. Loro sono i borghesi, i middle class che credono ingenuamente che ci sia un modo lecito per portare la giustizia nel mondo.
E poi, sempre più in alto nella scala, Ozymandias, l’uomo più intelligente del mondo, un super miliardario che si ispira alla grandezza dei Faraoni e al vertice di questa sorta di piramide il Dottor Manhattan, un uomo che uomo non è più: vede nel futuro e nella materia, che può modificare a piacimento. Pur presente agli occhi degli umani egli sembra vivere in molteplici dimensioni contemporaneamente, e percepire la nostra più o meno come un’interferenza nel suo campo visivo. Al pari di un mistico tutto ciò che per noi è capitale a lui appare lontano e di risibile importanza.

Saranno proprio Ozymandias e Dr Manhattan a decidere del futuro del pianeta, in un gioco, anzi, in uno scherzo spaventoso che inorridisce eppure funziona.

Ad un gruppo tanto eterogeneo ed originale di personalità si possono affibbiare decine di letture: critica sociale o evoluzione spirituale, storica (la vicenda si svolge in un tempo alternativo al nostro in cui il presidente degli Stati Uniti -per la terza o quarta volta!- è Richard Nixon), politica, psicologica.
Le vicende e i dolori di ognuno vengono a galla e toccano irrimediabilmente le vite di persone comuni, di comprimari che sfiorano appena o che ci vanno di mezzo con tutte le scarpe.

Alan Moore è geniale a tenere le fila di tanta materia e riuscire a portare a compimento la missione dei Watchmen passando dalla violenza urbana al misticismo, alla pura psichedelica. Dave Gibbons con i suoi disegni tiene testa a tanto sceneggiatore, ma il geniaccio è lui, che riesce a concepire un’opera veramente faraonica, dura, emozionante e che non regala (grazie ancora) uno scontato lieto fine.

Alla luce di tanta meraviglia riuscire a cavarne una pellicola cinematografica pare un’impresa. Capita a volte, con scrittori come Ellroy o Lansdale di pensare “Cazzo, che bel libro, sembra di leggere un film”, solo che poi ripensandoci, è semplicemente impossibile senza tagliare e modificare un sacco di cose. Oltretutto il cinema fumettoso corre continuamente il rischio di cadere nella citazione del cartaceo, rischiando di diventare gustoso solo per chi già conosce la storia.

Forse gli autori del film “Watchmen” (tra cui lo stesso Moore che pare abbia poi rinnegato la sua creatura di celluloide) si sono illusi di potercela fare.
E hanno sbagliato. Nonostante gli sforzi e alcune trovate apprezzabili solo il vero fan riesce a godere in modo onanistico delle vicende dei nostri eroi sul grande schermo.

Inutile ripetere la trama, identica al fumetto: hanno provato a metterci il più possibile, ma nelle due ore e quaranta di durata si riesce appena ad intuire la potenza delle pagine disegnate: le sofferenze dei Watchmen vengono accennate, ma non si va a fondo. Non capiremo mai perché Rorschach è diventato quello che è, qual è il dramma del Comico e quello di Silk Spectre.
Ci sono citazioni letterali delle battute del libro, ma chi non lo ha letto non prova alcun brivido.

Anche a livello visivo si osa relativamente poco: la sigla di testa è molto bella, molto fumettosa, accompagnata brillantemente da “The times they are a-changin’” di Bob Dylan.

Si sarebbero potute fare cose incredibili, mi immagino il Comico sprofondato in un colore che vira al bianco e nero, o Rorscharch che si muove in un universo seppia dalla fotografia sporca, tutto camera a mano…Invece non ci sono trovate visivamente forti; alcuni brani musicali classici sono ben inseriti in alcune scene topiche (con l’eccezione dell’ “Halleluja” di Leonard Cohen, colonna sonora di una scena d’amore che con tutto quello che c’è da raccontare sembra togliere spazio alla storia) ma non è abbastanza.
Le scene di lotta fanno molto “Matrix” e sicuramente l’amante del videogioco e del fumetto supereroistico ci sguazzerà. Forse il problema è proprio che il film pare indirizzato ai fan più giovani, mentre gli argomenti trattati sono ben più complessi e affascinanti.

Intendiamoci, non è proprio disprezzabile come film, ma una storia del genere avrebbe meritato una sceneggiatura e una regia senza compromessi, più audaci e visionarie. Personalmente avrei applicato il Metodo Kubrick, ovvero prendi ciò che ti interessa evidenziare ed estremizzalo al massimo.
Mi viene in mente il Batman di Tim Burton, che è riuscito a far suo il personaggio del capo crociato, sarebbe stato bello fare altrettanto con i Watchmen.
Insomma, un’occasione sprecata…peccato, peccato…
Se non l’avete ancora fatto leggete il libro.

lunedì 16 marzo 2009

Una C60: introduzione ragionata


Perchè una volta c'erano le cassette. Io usavo TDK al cromo da 60 o al massimo da 74, giacchè quelle da 90 affaticavano troppo le bobine dell'autoradio o fiaccavano precocemente le batterie del walkmen.

Credo sia stato un percorso naturale per tutti i musicofili, subliminato poi dalla bibbia Alta Fedeltà (il libro): appena accumulato un numero minimo di vinili, si partiva a creare. Le prime compilazioni erano le migliori, le più studiate. Estrema cura alla fine di un pezzo e a come cominciava quello a seguire. Due-tre pezzi tirati e poi un lento. La mia parola d'ordine, da un certo momento in poi è sempre stata diversificare. Col passare del tempo sempre meno cassette monografiche (quella classica era a tema heavy metal), e sempre più commistioni tra generi. Una pratica pericolosa, ma prodiga di grandi soddisfazioni se fatta con dovizia.

Con il p2p è venuto meno il romanticismo dietro alla compilation, l'esclusività della produzione (ancora oggi ricordo con innocenza la mia reazione sbigottita di fronte a chi mi spiegava che l'emmepitre non era un supporto reale - tipo vinile, ciddì o floppy, come pensavo io - ma un file. Cazzo. Un file. Cioè niente. ), il nome delle raccolte si è fatto più trendy (playlist) e sono nate diverse riviste che campano compilandone a pacchi e dandole in pasto ai lettori. Senza sforzo e senza sentimento.

Comunque non ho mai smesso di preparare raccoltone. Certo, oramai rappresentano quasi esclusivamente uno sfogo onanista, le compilo cioè molto spesso per uso personale.

Una volta dire ad una persona dell'altro sesso: "ti preparo una cassetta?", era una domanda densa di significati, una speranza che cercava una breccia, uno squarcio che apriva una panoramica sulle proprie passioni, un mostrarsi senza inibizioni. E che errore epocale commettevano quelli che sputtanavano la loro chance con una prevedibile C90 tutta di lenti ! Era come cercare di infilare la mano in mezzo alle cosce di una ragazza al primo secondo del primo appuntamento...

La compilazione di una cassetta è un'arte nobile. Innocente come può esserlo il massaggio ai piedi della moglie di Marcelus Wallace in Pulp Fiction, insomma, se ne prepari una è perchè quantomeno tieni al destinatario della tua ispirazione. Sempre in Alta Fedeltà, quando la donna del protagonista lo vede seduto a terra tra i dischi sparpagliati, intento a mettere in sequenza i titoli delle canzoni su di un foglio di carta, nella preview di quello che sarà la sua compilation, e successivamente scopre che sta preparando la cassetta per un'altra donna si offende a morte. Giustamente. Perchè lei sa. Perchè prima lui le preparava per lei e adesso da un pezzo non lo fa più. E' di quanto di più simile ad un tradimento, se perpetrato da parte di un music victim.

Ecco, tutta questa elucubrazione mentale da dinosauro mi serve da premessa per le compilazioni musicali che da qui in avanti cercherò di postare con regolarità. Titolo dei post sarà: Una C60.

Accendete i vostri audiotape, rispolverate i walkmen, prendete la macchina del babbo, che di certo ha ancora l'autoradio a cassette. Si va a cominciare.

mercoledì 11 marzo 2009

IL CORPO (The Wrestler)

Prima di tutto lo shock: per chi come me ha visto negli anni 80 le donne impazzire per Mickey Rourke, le 9 settimane e ½, gli anni del dragone etc., rivederlo così è una bella botta.
Quando riesci a scacciare quell’immagine rimani col suo corpo (enorme ormai), che è il vero protagonista del film: cadente, flagellato, maciullato, sbattuto a destra e a sinistra. Tagliato e ricucito innumerevoli volte, un corpo quasi da Cristo dei nostri giorni (lettura molto trasversale, ma suggerita)che attraversa tutte le stazioni della sua via crucis. Il corpo di Randy The Ram lo porta alla gloria, lo fa cadere, gli dà la possibilità di ritentare ancora e ancora e infine di decidere del proprio destino.
La sua faccia è come una bisteccona che non cambia quasi espressione, ma che importanza ha la faccia di un wrestler? I tagli, i lividi, le cicatrici dicono tutto, il dolore, la speranza e la rabbia.

Randy trascina il suo corpaccione in una vita singolare, a metà fra la gloria e l’amore incondizionato dei fan e la sopravvivenza quotidiana. Per quanto squallido possa sembrare l’ambiente del wrestling professionista (molto ben descritto a mio parere) è carico di energia molto migliore della vita di tutti i giorni, dei lavori a pochi dollari, dell’ostilità delle persone “regolari”, dello squallore e della routine che diventano abitudine irrinunciabile. Quando non ne può più è ancora sul proprio corpo che fa affidamento per sfuggire a queste trappole.
Attraverso il dolore fisico la sofferenza della solitudine e del fallimento degli affetti diventano più sopportabili. Veder guarire le ferite della carne ci illude di rimarginare anche quelle dell'anima.

Lo stile da documentario, col protagonista seguito dalla cinepresa che lo riprende spesso di spalle demolisce ogni tentativo di epica e rende ancora più commovente questo personaggio. Qualche faciloneria della sceneggiatura non basta a limitare l’emozione trasmessa da questa storia e questo attore.
La pubblicistica punta moltissimo sul parallelo tra l’interprete e il personaggio, ma non per un secondo della proiezione Randy The Ram mi ha fatto venire in mente Mickey Rourke, e questo per me è il segno di una grandiosa interpretazione, come davvero non mi aspettavo…