sabato 28 marzo 2009

Watchmen il fumetto, Watchmen il film (Grazie Cosmic)


Da anni non leggo fumetti; ho studiato per diventare disegnatrice, ricordo che era il sogno della mia vita, ma com’è come non è alla fine non solo non ho realizzato quel sogno, ho perso interesse per i fumetti. Beh, almeno quelli “seri”, quelli di avventura. E più ne sto lontana più forti hanno da essere le storie per invogliarmi a prendere in mano un volume di nuvole parlanti.

“Watchmen” è un’opera magnifica, complessa, allucinogena, in cui la terra, il sangue e il cielo si accoppiano incessantemente rigenerandosi infinitamente attraverso i personaggi protagonisti.
La storia (ma non l’azione) inizia negli anni 40 con un gruppo di vigilanti mascherati, i Minutemen. Visti col senno di poi appaiono alquanto ingenui, ma non lo sono affatto e vengono illustrati in tutta la loro umanità: la maschera serve a nasconderli, più che a proteggerli, sotto di essa si celano debolezze, segreti e perversioni e appare chiaro che il confine tra l’essere un eroe ed essere un criminale, per alcuni di loro è molto sottile.
Il tempo passa, alcuni si ritirano, alcuni scompaiono inghiottiti dal nulla, altri si alleano coi servizi segreti Americani: è finita l’età dell’innocenza e con la comparsa di un superuomo di nome Dottor Manhattan, anche quella dei semplici eroi. Ma qualcuno c’è ancora, qualcuno come Rorschach che con la sua sola abilità fisica, la propria astuzia e desolazione psicologica persegue molto personalmente il fine della GIUSTIZIA.

Difficile andare oltre nella descrizione degli eventi, sia per la complessità sia perché non sarebbe carino rovinare la sorpresa a chi ancora non l’abbia letto.
Posso raccontarvi però del mio personaggio preferito, Rorschach, appunto. Sulla carta è insopportabile: fascista, reazionario, rigido come un pezzo di legno. Ma ti prende, da subito, ti affascina e non vedi l’ora che l’azione si sposti su di lui. Con il suo passato doloroso, la vita squallida che lui stesso rifiuta rifugiandosi dietro alla sua faccia bianca e nera, Rorschach è l’eroe più popolare (non in senso di celebrità), il gradino più basso nella scala dei Watchmen. E’ lui la terra, colui che ragiona con l’istinto primario, il primo chackra. E’ quello che vede a due dimensioni, a due colori, bianco e nero appunto, irragionevole, infantile e privo di compromessi. Ha visto ciò che tutti si rifiutano di vedere e non sa metterlo da parte per vivere in modo “decente”.
Appena sopra di lui sta Il Comico, una vera carogna. Anche lui ha capito quanto sia brutale il mondo ed inutile l’idea dell’eroe senza macchia e senza paura. Dunque, come un Kurtz in calzamaglia si è tuffato nell’orrore e se lo è fatto amico con il suo sense of humour.
Vengono poi Laurie (figlia di Silk Spectre e compagna del Dottor Manhattan) e Night Owl, un “uomo della strada” che cerca di rendersi utile e di non ricorrere alla violenza se non è strettamente necessario. Loro sono i borghesi, i middle class che credono ingenuamente che ci sia un modo lecito per portare la giustizia nel mondo.
E poi, sempre più in alto nella scala, Ozymandias, l’uomo più intelligente del mondo, un super miliardario che si ispira alla grandezza dei Faraoni e al vertice di questa sorta di piramide il Dottor Manhattan, un uomo che uomo non è più: vede nel futuro e nella materia, che può modificare a piacimento. Pur presente agli occhi degli umani egli sembra vivere in molteplici dimensioni contemporaneamente, e percepire la nostra più o meno come un’interferenza nel suo campo visivo. Al pari di un mistico tutto ciò che per noi è capitale a lui appare lontano e di risibile importanza.

Saranno proprio Ozymandias e Dr Manhattan a decidere del futuro del pianeta, in un gioco, anzi, in uno scherzo spaventoso che inorridisce eppure funziona.

Ad un gruppo tanto eterogeneo ed originale di personalità si possono affibbiare decine di letture: critica sociale o evoluzione spirituale, storica (la vicenda si svolge in un tempo alternativo al nostro in cui il presidente degli Stati Uniti -per la terza o quarta volta!- è Richard Nixon), politica, psicologica.
Le vicende e i dolori di ognuno vengono a galla e toccano irrimediabilmente le vite di persone comuni, di comprimari che sfiorano appena o che ci vanno di mezzo con tutte le scarpe.

Alan Moore è geniale a tenere le fila di tanta materia e riuscire a portare a compimento la missione dei Watchmen passando dalla violenza urbana al misticismo, alla pura psichedelica. Dave Gibbons con i suoi disegni tiene testa a tanto sceneggiatore, ma il geniaccio è lui, che riesce a concepire un’opera veramente faraonica, dura, emozionante e che non regala (grazie ancora) uno scontato lieto fine.

Alla luce di tanta meraviglia riuscire a cavarne una pellicola cinematografica pare un’impresa. Capita a volte, con scrittori come Ellroy o Lansdale di pensare “Cazzo, che bel libro, sembra di leggere un film”, solo che poi ripensandoci, è semplicemente impossibile senza tagliare e modificare un sacco di cose. Oltretutto il cinema fumettoso corre continuamente il rischio di cadere nella citazione del cartaceo, rischiando di diventare gustoso solo per chi già conosce la storia.

Forse gli autori del film “Watchmen” (tra cui lo stesso Moore che pare abbia poi rinnegato la sua creatura di celluloide) si sono illusi di potercela fare.
E hanno sbagliato. Nonostante gli sforzi e alcune trovate apprezzabili solo il vero fan riesce a godere in modo onanistico delle vicende dei nostri eroi sul grande schermo.

Inutile ripetere la trama, identica al fumetto: hanno provato a metterci il più possibile, ma nelle due ore e quaranta di durata si riesce appena ad intuire la potenza delle pagine disegnate: le sofferenze dei Watchmen vengono accennate, ma non si va a fondo. Non capiremo mai perché Rorschach è diventato quello che è, qual è il dramma del Comico e quello di Silk Spectre.
Ci sono citazioni letterali delle battute del libro, ma chi non lo ha letto non prova alcun brivido.

Anche a livello visivo si osa relativamente poco: la sigla di testa è molto bella, molto fumettosa, accompagnata brillantemente da “The times they are a-changin’” di Bob Dylan.

Si sarebbero potute fare cose incredibili, mi immagino il Comico sprofondato in un colore che vira al bianco e nero, o Rorscharch che si muove in un universo seppia dalla fotografia sporca, tutto camera a mano…Invece non ci sono trovate visivamente forti; alcuni brani musicali classici sono ben inseriti in alcune scene topiche (con l’eccezione dell’ “Halleluja” di Leonard Cohen, colonna sonora di una scena d’amore che con tutto quello che c’è da raccontare sembra togliere spazio alla storia) ma non è abbastanza.
Le scene di lotta fanno molto “Matrix” e sicuramente l’amante del videogioco e del fumetto supereroistico ci sguazzerà. Forse il problema è proprio che il film pare indirizzato ai fan più giovani, mentre gli argomenti trattati sono ben più complessi e affascinanti.

Intendiamoci, non è proprio disprezzabile come film, ma una storia del genere avrebbe meritato una sceneggiatura e una regia senza compromessi, più audaci e visionarie. Personalmente avrei applicato il Metodo Kubrick, ovvero prendi ciò che ti interessa evidenziare ed estremizzalo al massimo.
Mi viene in mente il Batman di Tim Burton, che è riuscito a far suo il personaggio del capo crociato, sarebbe stato bello fare altrettanto con i Watchmen.
Insomma, un’occasione sprecata…peccato, peccato…
Se non l’avete ancora fatto leggete il libro.

lunedì 16 marzo 2009

Una C60: introduzione ragionata


Perchè una volta c'erano le cassette. Io usavo TDK al cromo da 60 o al massimo da 74, giacchè quelle da 90 affaticavano troppo le bobine dell'autoradio o fiaccavano precocemente le batterie del walkmen.

Credo sia stato un percorso naturale per tutti i musicofili, subliminato poi dalla bibbia Alta Fedeltà (il libro): appena accumulato un numero minimo di vinili, si partiva a creare. Le prime compilazioni erano le migliori, le più studiate. Estrema cura alla fine di un pezzo e a come cominciava quello a seguire. Due-tre pezzi tirati e poi un lento. La mia parola d'ordine, da un certo momento in poi è sempre stata diversificare. Col passare del tempo sempre meno cassette monografiche (quella classica era a tema heavy metal), e sempre più commistioni tra generi. Una pratica pericolosa, ma prodiga di grandi soddisfazioni se fatta con dovizia.

Con il p2p è venuto meno il romanticismo dietro alla compilation, l'esclusività della produzione (ancora oggi ricordo con innocenza la mia reazione sbigottita di fronte a chi mi spiegava che l'emmepitre non era un supporto reale - tipo vinile, ciddì o floppy, come pensavo io - ma un file. Cazzo. Un file. Cioè niente. ), il nome delle raccolte si è fatto più trendy (playlist) e sono nate diverse riviste che campano compilandone a pacchi e dandole in pasto ai lettori. Senza sforzo e senza sentimento.

Comunque non ho mai smesso di preparare raccoltone. Certo, oramai rappresentano quasi esclusivamente uno sfogo onanista, le compilo cioè molto spesso per uso personale.

Una volta dire ad una persona dell'altro sesso: "ti preparo una cassetta?", era una domanda densa di significati, una speranza che cercava una breccia, uno squarcio che apriva una panoramica sulle proprie passioni, un mostrarsi senza inibizioni. E che errore epocale commettevano quelli che sputtanavano la loro chance con una prevedibile C90 tutta di lenti ! Era come cercare di infilare la mano in mezzo alle cosce di una ragazza al primo secondo del primo appuntamento...

La compilazione di una cassetta è un'arte nobile. Innocente come può esserlo il massaggio ai piedi della moglie di Marcelus Wallace in Pulp Fiction, insomma, se ne prepari una è perchè quantomeno tieni al destinatario della tua ispirazione. Sempre in Alta Fedeltà, quando la donna del protagonista lo vede seduto a terra tra i dischi sparpagliati, intento a mettere in sequenza i titoli delle canzoni su di un foglio di carta, nella preview di quello che sarà la sua compilation, e successivamente scopre che sta preparando la cassetta per un'altra donna si offende a morte. Giustamente. Perchè lei sa. Perchè prima lui le preparava per lei e adesso da un pezzo non lo fa più. E' di quanto di più simile ad un tradimento, se perpetrato da parte di un music victim.

Ecco, tutta questa elucubrazione mentale da dinosauro mi serve da premessa per le compilazioni musicali che da qui in avanti cercherò di postare con regolarità. Titolo dei post sarà: Una C60.

Accendete i vostri audiotape, rispolverate i walkmen, prendete la macchina del babbo, che di certo ha ancora l'autoradio a cassette. Si va a cominciare.

mercoledì 11 marzo 2009

IL CORPO (The Wrestler)

Prima di tutto lo shock: per chi come me ha visto negli anni 80 le donne impazzire per Mickey Rourke, le 9 settimane e ½, gli anni del dragone etc., rivederlo così è una bella botta.
Quando riesci a scacciare quell’immagine rimani col suo corpo (enorme ormai), che è il vero protagonista del film: cadente, flagellato, maciullato, sbattuto a destra e a sinistra. Tagliato e ricucito innumerevoli volte, un corpo quasi da Cristo dei nostri giorni (lettura molto trasversale, ma suggerita)che attraversa tutte le stazioni della sua via crucis. Il corpo di Randy The Ram lo porta alla gloria, lo fa cadere, gli dà la possibilità di ritentare ancora e ancora e infine di decidere del proprio destino.
La sua faccia è come una bisteccona che non cambia quasi espressione, ma che importanza ha la faccia di un wrestler? I tagli, i lividi, le cicatrici dicono tutto, il dolore, la speranza e la rabbia.

Randy trascina il suo corpaccione in una vita singolare, a metà fra la gloria e l’amore incondizionato dei fan e la sopravvivenza quotidiana. Per quanto squallido possa sembrare l’ambiente del wrestling professionista (molto ben descritto a mio parere) è carico di energia molto migliore della vita di tutti i giorni, dei lavori a pochi dollari, dell’ostilità delle persone “regolari”, dello squallore e della routine che diventano abitudine irrinunciabile. Quando non ne può più è ancora sul proprio corpo che fa affidamento per sfuggire a queste trappole.
Attraverso il dolore fisico la sofferenza della solitudine e del fallimento degli affetti diventano più sopportabili. Veder guarire le ferite della carne ci illude di rimarginare anche quelle dell'anima.

Lo stile da documentario, col protagonista seguito dalla cinepresa che lo riprende spesso di spalle demolisce ogni tentativo di epica e rende ancora più commovente questo personaggio. Qualche faciloneria della sceneggiatura non basta a limitare l’emozione trasmessa da questa storia e questo attore.
La pubblicistica punta moltissimo sul parallelo tra l’interprete e il personaggio, ma non per un secondo della proiezione Randy The Ram mi ha fatto venire in mente Mickey Rourke, e questo per me è il segno di una grandiosa interpretazione, come davvero non mi aspettavo…

venerdì 27 febbraio 2009

Latte, Solfato e Alby Starvation

Questo libro mi fu consigliato decenni fa dal mio pigmalione letterario, il grande Antonio Tettamanti. Erano gli anni 80, quando l'Inghilterra edonista, stracciona e disperata di Margaret Thatcher produceva malgrado il suo governo ottima musica (non tutta, però c'era la new wave oltre ai Duran Duran) e molti ottimi film. Tra gli scrittori emersi in quel periodo c'era Hanif Kureishi col suo "Buddha della Suburbia" (ambientato nel decennio precedente)e la sceneggiatura di "My beautiful laundrette".
Tutto andava a rotoli, ma c'era molta vitalità culturale.
E dunque Tettamanti mi consigliava questo libro.
Sono passati vent'anni, me ne sono completamente scordata quando, scorrendo la libreria di un amico, leggo il titolo e nella testa sento suonare una fanfara: scatta una replica di una vecchia puntata della mia vita ed in pochi minuti eccomi appropriarmi del tascabile e portarmelo (del tutto legalmente) a casa.

Alby Starvation è il soprannome di uno spacciatore di solfato di Brixton, sobborgo londinese alquanto malfamato. E' allergico alle persone, vanitoso ma contemporaneamente sporco e sciatto come il peggiore punkabestia che abbiate conosciuto. Indolente, fifone e presuntuoso, vive in uno stato di perenne vittimismo, convinto che il mondo intero ce l'abbia con lui non si sa bene per quale motivo.
Passa dall'assumere sostanze stupefacenti a cucinare cibi macrobiotici con la tipica schizofrenia degli Inglesi, incapace di una qualsiasi coerenza.
Cosa importantissima, possiede una collezione paurosa e preziosissima di fumetti alla quale dedica tutti i suoi pensieri e che protegge come un figlio. Il suo migliore amico è il criceto, Mr Happy.
La vita non esaltante di Alby si anima lentamente di una serie di personaggi che si muovono nei pressi e le cui storie in qualche modo si intrecciano con la sua: le sue amiche Fran e Julie, una killer di nome June, il proprietario di un night club e un sacco d'altra gente. Alcuni stanno cercando proprio lui, Alby Starvation, magari per ammazzarlo, altri non sanno proprio chi sia.

Le storie si sviluppano come in un gigantesco piano sequenza, sempre narrato al presente e con pochissimi dialoghi. Nonostante la frammentarietà nessuno viene perso per strada e il lettore anche inzialmente un pò scettico (insomma, dopotutto è la stessa tecnica narrativa di tanti, tra cui Kurt Vonnegut, per fare un nome) viene avvinto a poco a poco, fino a divorare le ultime pagine in uno stato d'ansia per il proprio eroe, il suo criceto e i fumetti.

Certo, per chi ha vissuto la propria adolescenza in quel periodo e ha conosciuto i videogiochi arcade e ascoltato i The Fall, magari sognando di andare a Londra, questo libro ha un sapore particolare. Rimane comunque molto divertente e molto Inglese (nel senso migliore che questa parola può avere) per tutti gli altri.
Se ci fosse qualche regista alla ricerca di un buon soggetto, consiglio caldamente questo libro.
Se poi voleste leggere qualcosa d'altro di Martin Millar vi comunico che sono disponibili altri tre titoli, "Io Suzy e i Led Zeppelin" (programmato come prossimo acquisto), "Ragazze lupo" e "Fate a New York". Martin ha anche un blog, eccolo qui http://martin-millar.blogspot.com/


martedì 24 febbraio 2009

Sulla disciplina

"Non bisogna accusare l'indisciplina.
Non c'è niente di male ad essere indisciplinati se nell'indisciplina c'è una volontà.
La cosa peggiore è quando l'indisciplina non c'è più, quando si sceglie di dare retta agli altri"
Vittorio Foa

Senza parole


domenica 22 febbraio 2009

Non è per sempre


Aki Kaurismaki è un regista abbastanza unico: a meno di scoprire che in Finlandia fanno tutti film con attori non belli (anzi bruttini), dall'aria comune, che parlano pochissimo, protagonisti di storie a dir poco surreali, pur calate in un universo quotidiano (dio mio, quanto assomiglia la Finlandia a un paese dell'est?)non si trova facilmente niente del genere.

Il suo film più noto da queste parti rimane probabilmente "Leningrad Cowboys go to America", ma tra i miei preferiti c'è "Nuvole in viaggio", introvabile (speriamo per poco) nei negozi.
Ilona lavora come capo cameriera al ristorante "Dubrovnik"; la sera, dopo il lavoro, il marito Lauri passa a prenderla a bordo del tram n.6 che guida. Sembra una vita molto tranquilla, con molte rate e una felice routine. Ma le cose sono destinate a cambiare in modo drammatico: una mattina Lauri viene licenziato (il datore di lavoro fa pescare i dipendenti da un mazzo di carte da gioco, la carta più bassa perde) e subito dopo il ristorante chiude, lasciando tutti i dipendenti senza lavoro.

Inizia l'odissea dei nostri eroi, tra uffici di collocamento dove vieni trattato da cani, agenzie di collocamento private che ricattano i disoccupati, loschi datori di lavoro che non pagano i contributi e lo stipendio. Ilona e Laurie incassano ogni colpo, le provano tutte, si disperano ma non mollano, non hanno alternative.
Non si sa se ridere o piangere, mentre li vediamo superare momenti ridicolmente drammatici senza alzare un sopracciglio, cadere sempre più giù tentare il tutto per tutto e perdere, senza una lacrima, senza un urlo di rabbia.
Ma alla fine tutto si risolve. Quanto improvvisamente le cose erano precipitate, così, quasi magicamente, si aggiustano, e le nuvole passano.

Quando nell'ultima scena Ilona e Laurie escono a guardare il cielo tiri un sospiro di sollievo e ci scappa una lacrima di commozione, che non fa male.
In questi tempi durissimi che sembrano non lasciarci speranza, fa bene rivedere questo film e ricordarci che prima o poi le nuvole passeranno anche per noi.


venerdì 13 febbraio 2009

Most of the time

Stamattina sul tram tenevo in cuffia il terzo volume del più recente Bootleg Series di Bob Dylan ("Tell tale signs"); non l'avevo ascoltato prima e quando ha attaccato "Most of the time" -dallo splendido "Oh Mercy", grazie Bob- mi sono sorpresa.

Che perfezione, che pulizia, che bella canzone. Ognuno di noi quando ascolta la musica o legge un libro ci mette del suo, eppure nel caso di Dylan sembra sempre che ti legga dentro, che sappia esattamente cosa provi e metta in musica i tuoi sentimenti... I miei, almeno. Come non potrei essergliene grata?
Grazie Bob!

domenica 1 febbraio 2009

O brother, where art thou?

L'ultimo vero disco di inediti di Springsteen è stato Devils and dust. Ha fatto seguito lo scoppiettante tributo a Pete Seeger, e bona. Per me ci possiamo fermare lì. D&D e il suo tour hanno costituito una vetta importante nell'arte di Bruce, mai il boss è stato così incisivo e sicuro dei suoi mezzi senza alle spalle la E Street.
A livello di liriche, poderoso scarto in avanti a scrollarsi di dosso l'aurea di poeta romantico di strada, per immergersi un pò nella puzza di abiti lerci e motel da quattro soldi, propri di Bukowski. Sì, sto parlando della splendida Reno. Ma il disco doveva avere una bonus track, rimossa all'ultimo dalla major, visto il grave imbarazzo che, a detta dei capi, avrebbe potuto causare. E dire che era una canzone di Natale. Beh, di un babbo Natale che si faceva spompinare in un parcheggio, alla vigilia di Natale, per dirla tutta.


Pilgrim in the temple of love

It was Christmas Eve, I was standin' in the parking lot
of "Fabulous Girls, Nude - Nude - Nude"
In the car next to me there was a young lady givin' a blow-job
to a man in a Santa Claus suit

His beard was crooked, his hat askew
Embarrassed, I turned to go
When from the back seat of that Mazda I heard
somebody shout "Oh Baby, don'tstop"
And a merry "Ho-ho-ho"

When I walked inside, I ordered a beer and a double shot of whisk
And in three minutes I had fallen in love
The DJ announced "Ladies and gentlemen, fromForth Worth, Texas: Lady Godiva"
And I sat and worshipped 'neath the angel above
At the end of her set she brushed her hair
Came and sat on the stool to my right
And said "Will you buy me a drink?"My heart beats fast, my trousers grew tight
And wittily I replied "Uhhh...."

She showed me a picture of her kid
Said during the day she's an art student
She dances six nights a week for slobs and idiots like this
Of course, present company excluded.

On Donner, on Dancer, on Comet, on Blitzen
I'm lost in the valley of the supervixens
Worshippin' at the feet of the goddess above
I'm a pilgrim in the temple of love, ma,
just a pilgrim in the temple of love

Well then Santa came stumblin' in, and somebody shouted
"Hey Santa, where's your elves?"
He sat down on the stool to my left
And the bartender took a vodka bottle of the shelf
He asked if Mrs. Claus had called
To tell her he worked on the late shift at the mall
And he was sorry, but he just got through
I turned and I asked him:"How's the kid this year, Santa?
"Beneath his breath he whispered "A merry fuck you"

Well then the owner come over and he was a short gfat ugly guy
With a funny kind of pushed-in face
He shook my hand and said it was the first time
They'd ever had a real superstar in this place
Lady Godiva bought me a few drinks
And words came out of my mouth
What they were, I couldn't guess
But it was something about showgirls, lapdancing, motley crue
You can guess the rest

Well I walked outside, snow was falling
I had some toys to put together - it was Christmas time
Santa followed me into the parking lot
And threw up on the hood of the car next to mine
I gave him my handkerchief, pulled out onto the highway
And as I sat at the light
I swear I saw a sleigh with a dozen of reindeers
Pull up out of the parking lot and cut across the mall
And a voice shouted "Merry Christmas to all you assholes and to all a good fucking night!"

domenica 25 gennaio 2009

Quando si dice KARMA!




I miei amici lo sanno, non ho un buon rapporto con la religione. Con nessuna religione.
Sarebbe un po’ lungo spiegare i motivi di questa mia attitudine, perciò ve li risparmierò.
Ciò che voglio trattare in questo post è la persecuzione karmica da parte delle religioni di cui sono vittima negli ultimi anni.

1.In Inghilterra.
Dunque, partiamo dal 2005, quando me ne andai a studiare teatro di figura in Inghilterra. Finii in una scuola gestita a mia insaputa da una fanatica Cristiana. Questa donna, completamente
matta, oltre ad ascoltare i servizi religiosi alla radio, aveva l’abitudine di venirsene fuori con argomenti bislacchi durante i (lunghi) viaggi in automobile dalla città più vicina alla sua casa. L’argomento poteva essere l’aborto, al quale lei era contraria, o gli oroscopi che lei considerava stregonerie (al pari delle predizioni del futuro) e sui quali non mi permise neppure di dare la mia opinione. Una volta se la prese a morte perché alla domanda “Quando ti sposerai col tuo fidanzato?” risposi che non mi sarei proprio sposata, perché nel matrimonio non ci credo.
In casa poi c’erano delle marionette piuttosto inquietanti che scoprii essere state costruite per una rappresentazione religiosa (i burattini sono molto popolari tra i Cristiani, vengono usati per indottrinare i bambini).

2.Tutti insieme religiosamente.
Dopo questa esperienza, proseguii la mia attività di burattinaia in Italia. Sempre alla ricerca di posti economici dove provare, fui indirizzata da un amico frikkettone ad una comunità di Bruzzano, che aveva uno spazio adatto allo scopo.
Si trattava di persone sempre spaventosamente gentili, gentili in un modo innaturale…
Solo dopo qualche tempo saltò fuori che erano affiliati di CL.

3.I vicini che non ti aspetti.
C’era un locale in affitto nel sottoscala del palazzo dove vivo. Avrei voluto affittarlo come laboratorio, ma non avevo abbastanza soldi, così lasciai perdere. Quale errore. Dopo pochi mesi ci si è installata una setta brasiliana dal nome “Ministero della Rifondazione Profetica” che passa i mercoledì sera e le domeniche pomeriggio a cantare con tanto di amplificatore e base musicale.
Li sentiamo al terzo piano, sguaiati come se il loro dio li stesse facendo a pezzettini con un’ascia.
Ho contemplato più volte di fargli trovare un topo morto (citazione di “Che fine ha fatto Baby Jane?”) o una testa di cavallo (citazione de “Il Padrino”) sullo zerbino, ma ancora non l’ho fatto. Il mio fidanzato però una volta gli ha attaccato un cartello alla porta che diceva “NON URLATE DIO NON E’ SORDO”.

4.Nella tana del lupo.
Mi offrono un lavoro come assistente alla comunicazione in una scuola superiore. Accetto, anche se fino alla fine non mi dicono di che istituto si tratta. Alla fine salta fuori che si tratta di un corso finanziato dalla Regione, organizzato da una cooperativa cattolica che ha sede in un istituto religioso vicino a CL. Ma non è tutto.
Uno dei ragazzi si comportava in modo strano: esibiva una Bibbia sul banco di lavoro ed era sempre intento a bisbigliare nell’orecchio ai compagni. Dopo qualche tempo abbiamo scoperto che si tratta di un Testimone di Geova, convinto di essere il Messia, di fare miracoli, che pare sia anche stato cacciato dalla sua chiesa perché troppo invadente per il ministro che ivi officia.
I suoi bisbigli altro non sono che tentativi di indottrinare i suoi compagni di scuola e farli diventare i suoi apostoli.
Per ora gli sta andando male.

5.Non c’è pace neanche nel silenzio.
Frequento una scuola di Lingua dei Segni e parlando con un compagno di classe ho scoperto che fa studi universitari di teologia. Segna anche la messa per i sordi. Meno male che è un tipo tranquillo che non cerca di convincermi della bontà delle sue vedute.

Ora, alla luce di tutto ciò ditemi voi se esagero…

mercoledì 21 gennaio 2009

Pop but true

"It ought to be easy ought to be simple enough

Man meets woman and they fall in love

But the house is haunted and the ride gets rough

And youve got to learn to live with what you cant rise above

If you want to ride on down in through this tunnel of love"

Qualcuno li fermi!


Tutte queste operazioni nostalgia, veicolate attraverso raccolte a fascicoli in vendita in edicola (hey! il primo numero può essere tuo a soli 1.99 euro! ilrestodellaraccoltasrà disponibileaeuro12.90) , ci hanno sfrangicato le palle, nes pa?

Oggi ho visto che la Gazzetta dello Sport offre la serie completa di dvd di Supergulp!, contenitore di cartoni (i primi Marvel in tv e altro) della Rai dei fine settanta.

Santa plastica, amavo quella trasmissione. Quei commoventi , artigianali cartoons dell'Uomo Ragno e dei Fantastici Quattro. Eppoi Nick Carter, il Gruppo TNT...

Ma perchè cazzo dovrei spendere qualcosa come 100-120 euro, per avere l'opera omnia di uno spettacolo che adoravo trent'anni fa?

Perchè, vi chiedo. Perchè?

Quanti quarantenni lo acquisteranno? E se non loro, chi? I ragazzini moderni, con le consolle per vidogiochi iper realistici e i cartoni animati che vanno alla velocità della luce senza perdere un pixel?

Ma siate seri...

(O almeno date la prima uscita in omaggio, che ci tuffiamo nella nostalgia, ma solo un pochino, e senza buttare i soldi...)

sabato 17 gennaio 2009

Teenage wasteland


A volte ne hai un bisogno fisico. Degli Who intendo. Tu non lo sai, ma quando ti colgono alla sprovvista le note introduttive di Baba O'Riley, e poi entra Pete con i suoi power chords, seguito da Roger che comincia a cantare "Out heeere in the fiiiields..." Allora capisci che è proprio quello che ti serviva. Ti entra nell'organismo come caffeina, per qualche secondo ti fa credere di essere ancora vivo. E' una cazzo di meravigliosa sensazione.

venerdì 9 gennaio 2009

I miei tre super eroi Marvel preferiti

Il primo fumetto della Marvel che ho letto è stato un albo antologico della mitica Editoriale Corno:L' Uomo Ragno Gigante. Avrò avuto sette-otto anni e mi trovavo a Eboli per le vacanze estive. Camminavo con Maria nella parte vecchia della città e le chiesi di acquistarmi il giornaletto. Era un mucchio di tempo che fantasticavo dietro all’Uomo Ragno, e la lettura di quella storia mi ha letteralmente rapito. Mi ha appassionato come niente prima. Merito anche del Goblin originale, che sghignazzava in copertina. Era un personaggio magistrale. Pura cattiveria, potere, denaro e gadget da combattimento da urlo. In più era l’unico al mondo a conoscere l’identità segreta del ragno!

Stupendamente illustrato dalla matita classica del compianto John Romita e scritto da Stan Lee, in quell’episodio Goblin legava Parker al suo aliante e lo trascinava sopra i tetti di Manhattan, con i vestiti laceri sotto ai quali si intravedeva il costume rosso e blu, fino al suo rifugio segreto.
Un emozione simile, con tanto di groppo in gola, migliaia di albi (e di anni) dopo, l’ho vissuta alla prima dello Spiderman di Raimi. Le scene di azione tra i tetti, seppur frutto della tecnologia degli studios, rendevano in modo impressionante le tavole dei comics. Era come un sogno (l’Uomo Ragno in carne ed ossa) che si avverava.

Altra immaginifica epopea Marvel è stata quella di Silver Surfer, introdotto alla fine dei sessanta sulle pagine dei Fantastici Quattro e assunto, in brevissimo tempo, allo status di culto per migliaia di lettori. La storia era quella di Norrin Road, abitante di un pianeta lontano che, per salvare la sua terra e la sua amata dalle brame di un divoratore di mondi ( Galactus), si sacrifica a diventarne il segugio, vedendosi trasformare in un essere d’argento, dotato di poteri quasi illimitati, che solca gli abissi spaziali su di un asse da surf fatto di energia pura, che lui controlla telepaticamente. Lo so che detto così sembra molto kitsch, ma: 1- erano i sessanta, gente! e 2- le tavole di Jack Kirby erano esplosive e la storia aveva un notevole pathos drammatico.
Nella storia dei Fantastici Quattro, Silver Surfer trova la terra e la segnala a Galactus come possibile preda, ma all’ultimo momento la sua nobile anima emerge e combatte il suo padrone per impedirgli il pasto. L’infimo distruttore di mondi ha la meglio su di lui e lo condanna a non vedere più la sua terra d’origine, confinandolo per sempre nel nostro universo.
Silver Surfer è una splendida figura poetica, il viso è una maschera di sofferenza, il suo tormento è indescrivibile. Il primo ciclo di storie, firmato da Lee e Kirby è pura letteratura a fumetti.
Tra l’altro l’eroe argentato diventò un icona per i fricchettoni e i freaks californiani, che lo elessero a simbolo della versione pop culture della libertà.

Se con l’Uomo Ragno e Silver Surfer ho chiamato in causa i pezzi grossi, con il terzo eroe in calzamaglia caccio un personaggio minore, che però mi è sempre restato nel cuore. Le origini dei supereroi (cioè le causali che hanno trasformato persone normali in esseri dotati di superpoteri) sono in genere legate a dinamiche attive, spesso la partecipazione ad esperimenti scientifici. ebbene, nel caso di Nova il ragazzo cosmico, sono dettate dalla casualità più assoluta.
Un ragazzo comune viene infatti colpito da un raggio lanciato da un pianeta lontanissimo, sparato allo scopo preciso di dotare un terrestre qualunque di poteri tali da garantire la sicurezza dell’universo contro una minaccia incombente. Come dite? Alla casa delle idee (è così che chiamano la Marvel) erano a corto di idee? Beh, può essere. Ma a me Nova è piaciuto subito. Mi è piaciuto il costume, il casco, il modo di volare (a razzo). E poi, devo essermi detto, essere dotati “a caso” di un potere così fantastico è un modo molto democratico di scegliere i super eroi.
Hai visto mai che...


sabato 27 dicembre 2008

Franco Battiato "La Cura"

Lo sanno i miei amici, Franco Battiato non è il mio cantautore preferito.
Anzi, non mi piace granchè. Però lo ammiro perchè si fa sempre, grandemente i cazzi suoi fregandosene delle sciocchezze del mondo che lo circonda, prendendo bellamente in giro i giornalisti che gli fanno domande idiote e sfuggendo ai clichè in cui vorrebbero poterlo inscatolare i mezzi di comunicazione...
Delle sue canzoni, due mi piacciono veramente tanto: una è "Povera patria", tanto acida verso i politicanti che fanno da troppo tempo scempio dell'Italia, tanto rabbiosa e tanto signora.
L'altra è "La cura" una canzone splendida, che parla di amore spirituale e fisico, umano e divino. Una canzone che cantanta dal Franco dà veramente i brividi, conquista anche le mie orecchie superscettiche e mi fa sospirare sognando un amore del genere.

Ma cantata dalla voce piatta e lagnosa di Celentano, come purtroppo ci capita in questi giorni di fine 2008, diventa una melassa tignosa e insopportabile...Qualcuno dovrebbe fare qualcosa...Vi lascio col testo e poi ditemi...

La cura

Ti proteggerò dalle paure delle ipocondrie,
dai turbamenti che da oggi incontrerai per la tua via.
Dalle ingiustizie e dagli inganni del tuo tempo,
dai fallimenti che per tua natura normalmente attirerai.
Ti solleverò dai dolori e dai tuoi sbalzi d'umore,
dalle ossessioni delle tue manie.
Supererò le correnti gravitazionali, lo spazio e la luce per non farti invecchiare.
E guarirai da tutte le malattie,
perché sei un essere speciale, ed io, avrò cura di te.

Vagavo per i campi del Tennessee (come vi ero arrivato, chissà).
Non hai fiori bianchi per me?
Più veloci di aquile i miei sogni attraversano il mare.
Ti porterò soprattutto il silenzio e la pazienza.
Percorreremo assieme le vie che portano all'essenza.
I profumi d'amore inebrieranno i nostri corpi,
la bonaccia d'agosto non calmerà i nostri sensi.
Tesserò i tuoi capelli come trame di un canto.
Conosco le leggi del mondo, e te ne farò dono.
Supererò le correnti gravitazionali, lo spazio e la luce per non farti invecchiare.
Ti salverò da ogni malinconia,
perché sei un essere speciale ed io avrò cura di te
... Io sì, che avrò cura di te.

domenica 21 dicembre 2008

Stephen King "On Writing", Raymond Carver "Il mestiere dello scrivere"




Premetto di aver letto solo tre libri sul lavoro dello scrittore.



Il mio prof di sceneggiatura Antonio Tettamanti dice sempre che per imparare a scrivere bisogna scrivere e leggere. Sono ancora convinta che sia il consiglio in assoluto più sensato.

Nonostante ciò, questi due libri, così diversi -come agli antipodi stanno i due scrittori- sono entusiasmanti, ti fanno venir voglia di scrivere e sono rivelatori delle personalità dei loro autori.

Infatti, mentre il tomo di King è un vero libro, una specie di autobiografia che racconta la genesi della sua passione letteraria e di molti dei capolavori da lui scritti, passando per gli inziali inevitabili insuccessi, la celebrità mondiale, l'alcolismo e un pauroso incidente stradale, quello di Carver è poco più di un opuscoletto che raccoglie diversi saggi sulla scrittura creativa, materia che insegnò per anni presso alcune università Americane.

Così se il primo crea un legame affettivo immediato e profondo col lettore, il secondo gli offre una serie di opinioni oneste, puntuali, sulla scrittura e sulla lingua, che come noto per Carver aveva un'importanza capitale.

Stephen King scrive libroni anche di 700 pagine, Raymond Carver componeva racconti brevi e poesie, limava, ragionava, riscriveva all'infinito. Stephen King mette il suo vissuto in chiave fantastica, Carver è un naturalista, un osservatore.

Una delle cose più apprezzabili di entrambe i volumi è che il mestiere dello scrittore viene descritto ponendo l'accento sul duro lavoro necessario ma spogliandolo del mito del "dono divino"; scrivere non è facile e non tutti coloro che vi si cimentano diventeranno professionisti, ma Carver e King sembrano incoraggiarvi a trovare la vostra strada, senza paura di sbagliare, perchè dagli errori si impara.
Inoltre, vi insegnano ad accettare le vostre peculiarità, anche se sembrano in contrasto con le mode letterarie e con gli stili dei vostri autori preferiti.

In definitiva si può dire che questi due libri sono complementari ed esprimono la passione per la scrittura, l'entusiasmo genuino per la letteratura e li trasmettono al lettore, cui resta solo da mettersi al lavoro.






sabato 20 dicembre 2008

Guerre Personali

Chiunque ha le sue battaglie da combattere. Non una, tante.
Battaglie quotidiane per sopravvivere e battaglie apparentemente più frivole, basate sulle proprie fissazioni.

Io mi batto contro i deodoranti per interni.
Non sopporto l'idea, tanto per cominciare, che per non avere puzza in casa si debba usare un'altro odore, artificiale e penetrante per coprirlo, anzichè aprire la finestra e far uscire così gli effluvi venefici.

Poi, non vedo come gli odori inventati da madre natura, per quanto sgradevoli, vadano demonizzati. Fino a qualche tempo fa c'era una pubblicità con un bambino che seduto sul water si tappava il naso dopo aver evacuato e diceva "Che puzza!"; ebbene, la cacca puzza, così è e così sempre sarà, vogliamo farne un dramma? Apri la finestra e vedrai che l'odoraccio se ne andrà in un battibaleno senza spruzzare schifezze.

I deodoranti per interni sono strapopolari in Inghilterra, dove la pulizia è notoriamente un optional, la moquette regna sovrana e più che spesso girano per casa animali pulciosi e poco puliti. In forma di pout-purri floreale, o di spray sempre una mascheratura di scarsa pulizia sono...

E vogliamo parlare delle "fragranze" di questi mefitici affari? Fragole di bosco, Narcisi alla cipria, Ciliege Giapponesi, una serie di nomi stucchevoli per odori finti, penetranti e dolciastri che rischiano di soffocarti...Ricordo un Arbre Magique alla vaniglia che quasi mi ha ammazzato...E nell'ascensore di casa mia c'è una scatoletta che emana un effluvio letale che commisto alla puzza di umido del tappeto ti fa arrivare al piano boccheggiante.

Ultima ma non ultima la questione ecologica: quando sono esauriti, che fine fanno tutti questi "emanatori", spruzzatori, "diffusori elettrici"? Nella spazzatura, quasi mai nel riciclo, così oltre ad inquinare chi li usa inquinano il resto del mondo, i delfini, le balene etc.

Al di là del fastidio che provo per questi oggetti assolutamente inutili, espressione di una civiltà che si inventa problemi inesistenti per tenersi occupata e lucrare in modo discutibile, trovo che l'idea di sostituire agli odori veri, della vita vera, odori finti, totalmente chimici, abbia una qualità inquietante, come di schifo della realtà, di ricerca di una realtà alternativa e del tutto fittizia in cui le cose minimamente sgradevoli vengono annullate e sostituite.

"I deodoranti per ambienti possono rilasciare nell'aria sostanze organiche volatili, fra le quali ve ne sono alcune i cui effetti dannosi sono noti come irritanti per occhi, naso, gola, allergizzanti se inalati o addirittura sospettate di cancerogenicità, mentre per altre sostanze gli effetti sono ancora sconosciuti" (www.ministerosalute.it/saluteChimica)

Avanti miei prodi, pugnamo contro lo terribile nemico!

venerdì 12 dicembre 2008

Muzik non stop


Quando qualche giorno fa un mio amico ha scoperto che da molto tempo non ascoltavo più musica durante gli spostamenti sui mezzi pubblici è trasecolato: lui è un tossicodipendente musicale, bisogna ammetterlo.
Però, mi son messa a pensare: come mai un'abitudine consolidata attraverso l'adolescenza, sui treni per andare e tornare da scuola, sui metrò per incontrare gli amici, si è interrotta, e per così tanto tempo(5 anni)?
Mah, fatemici pensare. In primo luogo avevo appena lasciato una persona alla quale volevo molto bene, che amava molto il rock e con cui si parlava spesso di musica, avevamo anche dei gusti in comune...Dunque avevo bisogno di allontanarmi da quei suoni...Oltretutto l'isolamento e la suggestione della musica mi portano spesso a vivere delle storie tutte mie e a sprofondare in pensieri più o meno cupi...meglio di no in certe circostanze.
Poi, avevo da poco (ma già troppo) un nuovo lavoro e una casa in una nuova città. Forse senza accorgermene volevo impossessarmi anche dei suoi suoni: ho scoperto il gusto di ascoltare le conversazioni altrui e farmi delle storie sui brandelli di discussioni o racconti personali. E' una delle mie attività da ATM preferite, insieme a spiare i titoli dei libri che leggono gli altri passeggeri.
Ma era anche un modo per entrare a far parte della vita. Non che sia particolarmente eccitante la mattina, aggirarsi per le carrozze del metrò carico di gente insonnolita, ma può essere divertente e istruttivo, scoprire un personaggio. E a volte non ce la fai proprio ad isolarti completamente, a volte hai bisogno di sentirti accomunato agli altri, foss'anche da un percorso urbano di poche fermate.

Col tempo si sono aggiunti altri fattori, come la comparsa dell'MP3, un aggeggio che ormai chiunque sfoggia con truzza disinvoltura, ma che sembra spesso un oggetto che "lo uso perchè ce l'ho, perchè fa figo averlo" e a giudicare dalle musiche che mi capita di sentire, sono bit sprecati.
Senza contare l'effetto "Mondo Nuovo" o "Grande Fratello", di controllo delle menti che dà vedere tante persone che ascoltano le loro cuffiette con aria assente, o i ragazzini che addirittura parlano con un auricolare sempre infilato nell'orecchio.
Snobismo da parte mia o impressionabilità, ho mollato anche per quello.

Infine ho sempre più bisogno di silenzio, a casa, fuori casa...a volte la musica può essere di troppo, e forse non è un caso che in questi anni i libri siano diventati una passione sempre più forte e non esca mai senza almeno un tascabile a farmi da talismano nella jungla milanese. C'è troppo rumore intorno a noi, disturba il pensare.
In questi giorni comunque ho ricominciato ad ascoltare il mio ormai superato cd player, ingombrante, poco pratico...Vediamo fin dove arrivo...

lunedì 8 dicembre 2008

L'amore degli altri




De "Le vite degli altri" avevo molto sentito parlare lo scorso anno, e molto bene.
Come al solito in ritardo (un compagno che non ama andare al cinema è un deterrente abbastanza efficace) l'ho visto e rimasta sorpresa, non mi aspettavo un film così bello.
E' la storia di Gerd Wieler, agente della Stasi (il servizio di spionaggio della DDR) che riceve l'incarico di sorvegliare una coppia di artisti; ascoltandoli si appassiona alla loro vita fino a diventarne un protagonista attivo.
Ora, mi rendo conto che il paragone sia un pò azzardato, ma non ho potuto fare a meno di trovare delle similitudini tra questo film e "Le conseguenze dell'amore" di Paolo Sorrentino.
A livello stilistico c'è in entrambe una certa asciuttezza e sobrietà, anche se paradossalmente "Le conseguenze..." è molto più minimale e claustrofobico. Per quanto squallida potesse essere la vita nella Germania Est degli anni 80' c'è sicuramente più aria, più spazio e più luce e i colori sono appena più vivi nel film tedesco.

Entrambe i protagonisti vivono in camere minuscole, anonime, dominati dalla routine che nasconde una solitudine dolorosa. Si nascondono dietro la freddezza di atteggiamenti composti ed efficienti, ma qualcosa incrina la loro campana di vetro e li costringe a rimettersi in gioco, a rischiare, a perdere tutto. Quel qualcosa è l'amore.
Lo scoprono attraverso lo spiare, l'ascolto degli altri e vi riconoscono qualcosa che a loro è negato. Così vi si mettono al servizio: Titta di Gerolamo cercando in realtà la morte, l'agente Wiesler tentando di salvare qualcosa di bello in modo disinterressato, puro.

Il loro agire è apparentemente insensato (anche se Wiesler riesce a salvarsi pur subendo una punizione), li porta a sacrificare la tranquillità, la realtà odiosa ma certa di destini tutto sommato squallidi per un ideale favoleggiato in libri film e canzoni, che loro una volta nella vita incontrano e (soprattutto) sanno riconoscere.

Ci piacciono uomini come questi, vorremmo avere il coraggio di essere come loro e mandare tutto a quel paese, una volta tanto, per quest'ideale.

Everybody wants to be Mark Lanegan


Una voce che gratta come carta vetrata, alimentata senza dubbio alcuno a bourbon e paglie. Personalità che trasuda anche dalle foto delle riviste. Un percorso musicale che inizia nella seconda metà degli ottanta con la cult band degli Screaming Trees, caratterizzata da un sound hard rock psichedelico tipico dei settanta, che al culmine della carriera, nel 92, viene inserita di straforo nel movimento grunge con il penulltimo album del combo: Sweet oblivion.


Il commiato definitivo dalle scene sarà quattro anni dopo, ma intanto Lanegan ha cominciato a costruirsi un percorso in solitaria, praticando uno stile diverso, acustico e introverso, da poeta maledetto. Winding sheet (1990) e Whiskey for the holy ghost (1994) vengono molto apprezzati dalla critica e cominciano a creare quello zoccolo duro di die hard fans che l'americano si porta dietro tuttora.

Seguono, i sempre più convincenti Scraps at midnight (1998); I'll take care of you (album di cover, 1999) e il più ispirato del lotto, a parere di chi scrive, Field songs (2001).


Nel 2002 Mark partecipa all'acclamato Songs for the deaf dei Queens of the stone age, seguendo il gruppo anche in tour. L'anno successivo esce a suo nome l'EP Here comes that weird chill, che anticipa l'album Bubble gum (2004) lavoro lungo e più vario nel sound rispetto ai precedenti.


Lanegan, a questo punto della sua carriera dà vita ad una serie di collaborazioni con diversi amici, che vanno ancora dai Queens of the stone age, a Greg Dulli (ex degli Afgean wigs), con il quale forma i Gutter Twins, che si esibiscono tra l'altro con gli italiani Afterhours in alcune date del loro tour del 2006, partecipa insieme a Josh Haden degli Spain e al grande Will Oldham, al secondo capitolo del progetto Soulsavers (2007), ragione sociale del duo Rich Marin e Ian Glover. Pubblica infine due dischi (2006 e 2008) con la parte femminile del duo scozzese Belle & Sebastian, Isobel Campbell, proponendo uno stile che a più di un ascoltatore richiama i duetti tra Johnny Cash e la moglie June Carter.


Playlist consigliata:


1


1. ( Screaming trees, sweet oblivion) shadow of the season
2. ( ") nearly lost you
3. ( ") the socres kind
4. ( ") julie paradise
5. ( The winding sheet) mockinbirds
6. ( " ) i love you little girl
7. ( " ) winding sheet
8. ( " ) where did you sleep tonight
9. ( " ) museum
10. ( Whiskey for the holy ghost) house a home
11. ( " ) the river rise
12. ( " ) dead on you
13. ( Scraps at midnight ) stay
14. ( " ) last one in the world
15. ( " ) because of this
16. ( " ) day and night
17. ( I'll take care of you) i'll take care of you
18. ( " ) badi-da
19. ( " ) boogie boogie


2


1. ( Field songs) don't forget me
2. ( " ) field songs
3. ( " ) no easy action
4. ( Here comes that weird chill) lexington slow down
5. ( " ) sleep with me
6. ( Bubblegum) when your number is up
7. ( " ) hit the city
8. ( " ) out of nowhere
9. ( Ballad of the broken seas, with isobel campbell) deus ibi
10. ( " ) ballad of the broken seas
11. ( The Soulsavers, it's not how far you fall, it's the way you land ) revival
12. ( " ) ghosts of you and me
13. ( " ) kingdoms of rain
14. ( " ) jesus of nothing
15. ( Gutter twins, saturnalia) all misery flowers
16. ( " ) front street
17. ( " ) i was in love with you
18. ( " ) the stations
19. ( Sunday at the devil dirt, with isobel campbell) Come on over
20. ( " ) salvation
21 . ( " ) seafaring song

venerdì 5 dicembre 2008

Dialoghi bui

Bulletto-Mio papà si vuole comprare la calibro nove, perchè lui c'ha il porto d'armi...
Titta-A me fanno paura le armi da fuoco.
B-Perchè così se entra uno zingaro in casa a rubare gli spara in testa, e cc'ha raggione!
T-Ma sei proprio sicuro che vengano gli zingari a rubare da te?
B-No, è vero, non sono mai venuti! Non possono entrare!
T-...

Poco più tardi:

B-Massì, perchè Al Quaeda vuole attaccarci! Hai sentito dei due terroristi?
T-Sì. Ho sentito dire che volevano colpire l'Esselunga, e un bar...
B-Però senti...
T-Si?
B-Al Quaeda è il successore di Bin Laden?

Hands

Ci sono due canzoni di quest'anno che mi hanno emozionato parlando in maniera poetica delle mani e del rapporto che esiste tra le proprie e quelle di altri membri importanti della famiglia. La prima, in ordine cronologico, è stato un passagio nel pezzo di Lorenzo Cherubini, l'ormai stranoto Fango, un brano che ha, a mio avviso, dei momenti di grande ispirazione poetica accompagnati purtroppo da alcune cadute di stile da canzone d'amore media italiana, che insomma non è gran che. Il passaggio che mi ha fulminato fino a commuovermi è il seguente:

(...) un uomo guarda la sua mano
sembra quella di suo padre quando da bambino
lo prendeva come niente e lo sollevava su
era bello il panorama visto dall'alto
si gettava sulle cose prima del pensiero
la sua mano era piccina ma afferrava il mondo intero (...)

Poi, ed è storia recentissima, c'è questa canzone suggestiva di Moltheni, artista italiano che non conoscevo, e che sono stato spinto ad ascoltare dagli amici blogghisti. E' Vita rubina, struggente ballata chitarristica, giocata sul filo della malinconia. In questo caso il brano regge la tensione per tutta la sua durata, baciato da una buona ispirazione del suo autore. Meriterebbe la pubblicazione completa, ma essendo questo un post a tema, mi limito :

(...) ho rivisto quelle estati infinite col mio amico Gigi
con il sole che ci amava e ci baciava i piedi scalzi

ho rivisto mio fratello e le sue mani buone
quelle mani adulte che lo so, io non avrò mai,

ho rivisto le città che non mi sono appartenute
i miei anni come ombrelloni chiusi in piena estate (...)

Insomma, io non ho fratelli, ma tante volte ho osservato dei particolari di mio padre, pensando che li avrei ereditati una volta adulto e constatando invece che così non è stato. Quelle di Moltheni e Jovanotti sono parole che mi scatenano immagini più nitide di una fotografia, che ci riportano indietro nel tempo, da bambini dentro la nostra vecchia casa, con i genitori e la famiglia, che ci cullano nel ricordo di quanto era dolce essere figli, e quanto è più difficile essere padri.

martedì 2 dicembre 2008

Eracle (di Euripide)

Megara- Tu vuoi Soffrire. Tanto ami la vita?
Amfitrione- Certo. Mi piace. Ed amo la Speranza.
Megara- Anch’io. Ma come credere all’assurdo?
Amfitrione- E’ già un rimedio, nei mali, il rinvio.

Piano Meccanico!



Abbiamo tra le mani il primo romanzo di Kurt, Kurt Vonnegut, scritto quando (credo) faceva il pubblicista per la General Motors e non aveva il becco d’un quattrino; era un reduce di guerra con famiglia e detestava con tutto il cuore il suo lavoro.

In breve, la storia è ambientata in un futuro in cui “l’ultima guerra” è stata combattuta dall’umanità e il mondo è ormai in mano alle macchine: esse infatti si sono ormai appropriate della quasi totalità del lavoro, non solo “pratico” ma anche “intellettuale”. L’America è divisa in due, da una parte i tecnici, una casta vera propria di cui fanno parte coloro che le macchine le progettano: hanno tutti altissimi quozienti intellettivi, e molti (come il protagonista, Paul Proteus) sono a loro volta figli di tecnici, quelli che hanno vinto “l’ultima guerra”.
Il resto della popolazione è un gruppo di disperati dal basso qi, che fa lavori umili ma in compenso è fornito di tutti i comfort, dalla casa, all’arredamento, al forno a microonde, standardizzati, uguali per tutti. La loro è una vita assolutamente incolore, disprezzati dai tecnici per la loro occupazione e condannati dai loro dati personali a un futuro spaventosamente uguale al presente, senza possibilità di riscatto o di avanzamento sociale. Un destino che implacabile ricadrà sui loro figli.
Le macchine, col loro controllo forsennato di schede perforate e calcoli su un fin troppo prevedibile avvenire, tengono queste due classi separate, permettendogli d'incontrarsi di rado, quasi sempre su un ponte sul quale la macchina di uno dei primi deve aspettare che i secondi finiscano una riparazione.

Il libro è sostanzialmente un’esplorazione di questo “mondo nuovo” vista da due angolazioni, quella di Paul Proteus, tecnico lanciato dal suo nome sulla rampa di una carriera sfolgorante, che però vive distrattamente, con rassegnazione il successo e la ricchezza e da essi si distaccherà prima mentalmente e poi fisicamente, man mano che attraversa per un’ultima volta i riti della società meccanica; e quella del raja di Bratpur, in visita negli Stati Uniti, insieme suo traduttore Khashadr Miasma e al loro anfitrione americano.
L’uno la spalla, gli altri i comici, assistono alla raccapricciante esistenza degli americani: da una parte i ricchi che vivono come bambini giganti superviziati tra cocktail, cene di lavoro, assurdi campi dove si svolge una specie di “Giochi senza frontiere”, cercando continuamente di convincersi che quello è il migliore dei mondi possibili e dall’altra una massa gigantesca di persone a cui è negata qualunque ambizione, tenute buone con la sicurezza degli oggetti e di una…vita tranquilla.

Anche se in maniera abbastanza inaspettata questo romanzo contiene già i germi di quanto sarebbe venuto dopo, la critica sociale, la guerra, l’umorismo letale di Vonnegut. Manca, è vero, la poltiglia temporale già evidente in “Le sirene di Titano” che caratterizza più o meno tutta l’opera meglio riuscita di Kurt.
Il disincanto e il pessimismo di un uomo che ha perso fiducia nel genere umano e nella sua redenzione, invece sono lì: il finale è piuttosto sconsolato, malinconico, ma anche cinico, e non potrebbe essere diversamente.

Consigliato vivamente a chi non ha mai letto niente di Vonnegut e ci si vuole avvicinare in modo soft, “Piano Meccanico” dà molto da pensare, sia a livello sociale, storico (molto attuale) che personale.

lunedì 24 novembre 2008

sabato 22 novembre 2008

Paying my dues

Titta: - che ne dici di Jimmy Smith?
Cosmic Kid: - chi è, uno antico?
Titta: - è il ciddì che ti ho dato l'altra volta, sigh!


Sono qui a scrivere, sigaretta in bilico tra le labbra, come un perfetto Keith Richards di periferia, sorseggiando caffè corretto Baileys, mentre dallo stereo mi arriva suadente un ah-mmm-mmm-mmm-mmm, che fatica ad avere la meglio su di un incredibile suono di hammond che impasta e mescola insieme tutti gli altri strumenti della band.


Pago volentieri il mio debito con Titta, questa è roba forte!


Ascolto questo disco e penso a Jimmy Smith come a un clone con l'organo di John Lee Hooker, o più in generale del delta blues, poi, siccome non mi piace essere preso in castagna, vado su wikipedia per farmi un'idea più definita, e scopro che ha inciso più dischi di Frank Zappa, che era alla Blue Note, che è nato nel 1911 ed è morto nel 2003 (toh, lo stesso anno di Johnny Cash).


Questo disco raccoglie due sue album, Got my mojo workin' e Hoochie Coochie man e contiene dei veri piece de resistance, quali le fantastiche title tracks, Johnny come lately, Boom boom e TnT, perlomeno.


E' uno di quei dischi che ti fanno sentire figo, che ti permettono di mettere le orecchie su roba che non è per tutti, che ti puoi vendere con gli amici, quando si arriva al momento in cui ci si bulla delle reciproche esclusive musicali. I tasti dell'hammond quale arma letale: "E voi lo conoscete Jimmy Smith?"


E' bello essere dei dinosauri, rise your glass for The Incredible Jimmy Smith!



venerdì 21 novembre 2008

Johnny Cash!


Pubblico il raccontino col quale ho vinto alla trasmissione "Jalla!Jalla!" di Radiopopolare il cofanetto "Johnny Cash at Folsom" Prison....IIIIIIH AH!

"90"

Johnny Cash salì sulla 90 con tanto di cappottone e custodia della chitarra. Rimasi un po’ stupita.
Lui era proprio in testa, tutto vestito di nero spiccava paurosamente in mezzo alla folla variopinta.
Molti si girarono a guardarlo, mentre cercava un biglietto nelle tasche dei jeans, ammirando la sua eleganza.

Ero a bocca aperta. Di solito quando vedo una persona nota per la strada cerco di fingere che sia un palo della luce, un po’ per discrezione, un po’ perché non avrei comunque molto da dire, anche se è qualcuno che ammiro. Ma Johnny Cash è categoria A, lui val bene lo sputtanamento, lui lo volevo almeno vedere da vicino. Poteva anche essere un’allucinazione, dopo tutto.

Così cominciai a risalire la corrente dell’autobus, lentamente. Appena superata la prima vettura, le ruote del mezzo passarono su un grosso buco, facendo schiantare col contraccolpo tutto il suo contenuto umano. In men che non si dica fui a fianco di JOHNNY CASH! Accipicchia, era proprio lui.

Aveva le dita inanellate, una cravatta di cuoio e la fibbia della cintura d’argento; l’espressione però non era quella di una leggenda del country, bensì di un uomo che ancora non ha trovato il biglietto del tram.
Infatti non aveva ancora smesso di passare le mani da una tasca all’altra tirandone fuori bigliettini di ristoranti, qualche dollaro o il necessario da cucito di qualche motel.

D’improvviso mi resi conto di una presenza dall’altro capo dell’autobus, proprio in fondo.
-Hei, tu!- gridò la presenza –Ce l’hai il biglietto?
Alzai la testa. Era il controllore. Aveva l’aria cattiva. Aveva l’aria feroce. Aveva puntato Johnny quando l’aveva visto cercare il biglietto e SAPEVA che non l’aveva ancora trovato.

Johnny lo fissò. Il controllore fissò Johnny. Nella vettura calò il silenzio. Tutti si schiacciarono contro le pareti, in braccio ad estranei, sugli scalini delle uscite: stava per scoppiare l’inferno.

Cash continuò a fissare il controllore. Quello fece lo stesso e si mise i pollici nella cintura.
-AAAlloraaa, ce l’hai il biglietto?- ripetè con voce vagamente stridula
-Perché non vieni a controllare?- rispose finalmente Johnny col suo vocione
-Sicuro…sulla piattaforma!
E cominciarono ad avanzare, lentamente senza mai staccarsi gli occhi di dosso. Quasi tutti, nel tentatio di scongiurare lo scontro stavano cercando nelle tasche, in borsa, un biglietto da prestare all’uomo in nero, ma dato che eravamo in molti a scroccare non servì a granchè.

Ormai i duellanti erano quasi arrivati al luogo convenuto, quando ci furono continuarono a fissarsi a lungo. Poi il controllore ghignò nuovamente:
-Allora, ce l’hai il biglietto?
Johnny sorrise appena. Alzò la mano sinistra e per un istante tutti pensarono che gli avrebbe sferrato un cazzottone. Invece gli mostrò una carta. Un asso di picche. Gliela lanciò addosso e quando arrivò in mano all’altro era un biglietto dell’ATM regolarmente timbrato e ancora valido.
-Ma…ma…-mormorò il controllore sbalordito, almeno quanto il resto dei passeggeri.
Johnny gli voltò le spalle e tornò alla sua chitarra, che lo aspettava in testa.

Subito dopo i passeggeri si riversarono urlanti nel corridoio, afferrarono il controllore per mani e piedi e lo incaprettarono con un pigiama di flanella comprato da una signora filippina al mercato
A questo punto ci voleva una canzone, e Johnny lo sapeva. Barcollando appena nonostante i curvoni parabolici affrontati dall’autobus aprì la custodia, tirò fuori la sua chitarra (nera) e attaccò “Ring of Fire”!
Provocando battimani, cori e danze sulla )90 che correva sobbalzando verso il tramonto di cemento della circonvallazione…

Titta 2008