lunedì 24 novembre 2008

sabato 22 novembre 2008

Paying my dues

Titta: - che ne dici di Jimmy Smith?
Cosmic Kid: - chi è, uno antico?
Titta: - è il ciddì che ti ho dato l'altra volta, sigh!


Sono qui a scrivere, sigaretta in bilico tra le labbra, come un perfetto Keith Richards di periferia, sorseggiando caffè corretto Baileys, mentre dallo stereo mi arriva suadente un ah-mmm-mmm-mmm-mmm, che fatica ad avere la meglio su di un incredibile suono di hammond che impasta e mescola insieme tutti gli altri strumenti della band.


Pago volentieri il mio debito con Titta, questa è roba forte!


Ascolto questo disco e penso a Jimmy Smith come a un clone con l'organo di John Lee Hooker, o più in generale del delta blues, poi, siccome non mi piace essere preso in castagna, vado su wikipedia per farmi un'idea più definita, e scopro che ha inciso più dischi di Frank Zappa, che era alla Blue Note, che è nato nel 1911 ed è morto nel 2003 (toh, lo stesso anno di Johnny Cash).


Questo disco raccoglie due sue album, Got my mojo workin' e Hoochie Coochie man e contiene dei veri piece de resistance, quali le fantastiche title tracks, Johnny come lately, Boom boom e TnT, perlomeno.


E' uno di quei dischi che ti fanno sentire figo, che ti permettono di mettere le orecchie su roba che non è per tutti, che ti puoi vendere con gli amici, quando si arriva al momento in cui ci si bulla delle reciproche esclusive musicali. I tasti dell'hammond quale arma letale: "E voi lo conoscete Jimmy Smith?"


E' bello essere dei dinosauri, rise your glass for The Incredible Jimmy Smith!



venerdì 21 novembre 2008

Johnny Cash!


Pubblico il raccontino col quale ho vinto alla trasmissione "Jalla!Jalla!" di Radiopopolare il cofanetto "Johnny Cash at Folsom" Prison....IIIIIIH AH!

"90"

Johnny Cash salì sulla 90 con tanto di cappottone e custodia della chitarra. Rimasi un po’ stupita.
Lui era proprio in testa, tutto vestito di nero spiccava paurosamente in mezzo alla folla variopinta.
Molti si girarono a guardarlo, mentre cercava un biglietto nelle tasche dei jeans, ammirando la sua eleganza.

Ero a bocca aperta. Di solito quando vedo una persona nota per la strada cerco di fingere che sia un palo della luce, un po’ per discrezione, un po’ perché non avrei comunque molto da dire, anche se è qualcuno che ammiro. Ma Johnny Cash è categoria A, lui val bene lo sputtanamento, lui lo volevo almeno vedere da vicino. Poteva anche essere un’allucinazione, dopo tutto.

Così cominciai a risalire la corrente dell’autobus, lentamente. Appena superata la prima vettura, le ruote del mezzo passarono su un grosso buco, facendo schiantare col contraccolpo tutto il suo contenuto umano. In men che non si dica fui a fianco di JOHNNY CASH! Accipicchia, era proprio lui.

Aveva le dita inanellate, una cravatta di cuoio e la fibbia della cintura d’argento; l’espressione però non era quella di una leggenda del country, bensì di un uomo che ancora non ha trovato il biglietto del tram.
Infatti non aveva ancora smesso di passare le mani da una tasca all’altra tirandone fuori bigliettini di ristoranti, qualche dollaro o il necessario da cucito di qualche motel.

D’improvviso mi resi conto di una presenza dall’altro capo dell’autobus, proprio in fondo.
-Hei, tu!- gridò la presenza –Ce l’hai il biglietto?
Alzai la testa. Era il controllore. Aveva l’aria cattiva. Aveva l’aria feroce. Aveva puntato Johnny quando l’aveva visto cercare il biglietto e SAPEVA che non l’aveva ancora trovato.

Johnny lo fissò. Il controllore fissò Johnny. Nella vettura calò il silenzio. Tutti si schiacciarono contro le pareti, in braccio ad estranei, sugli scalini delle uscite: stava per scoppiare l’inferno.

Cash continuò a fissare il controllore. Quello fece lo stesso e si mise i pollici nella cintura.
-AAAlloraaa, ce l’hai il biglietto?- ripetè con voce vagamente stridula
-Perché non vieni a controllare?- rispose finalmente Johnny col suo vocione
-Sicuro…sulla piattaforma!
E cominciarono ad avanzare, lentamente senza mai staccarsi gli occhi di dosso. Quasi tutti, nel tentatio di scongiurare lo scontro stavano cercando nelle tasche, in borsa, un biglietto da prestare all’uomo in nero, ma dato che eravamo in molti a scroccare non servì a granchè.

Ormai i duellanti erano quasi arrivati al luogo convenuto, quando ci furono continuarono a fissarsi a lungo. Poi il controllore ghignò nuovamente:
-Allora, ce l’hai il biglietto?
Johnny sorrise appena. Alzò la mano sinistra e per un istante tutti pensarono che gli avrebbe sferrato un cazzottone. Invece gli mostrò una carta. Un asso di picche. Gliela lanciò addosso e quando arrivò in mano all’altro era un biglietto dell’ATM regolarmente timbrato e ancora valido.
-Ma…ma…-mormorò il controllore sbalordito, almeno quanto il resto dei passeggeri.
Johnny gli voltò le spalle e tornò alla sua chitarra, che lo aspettava in testa.

Subito dopo i passeggeri si riversarono urlanti nel corridoio, afferrarono il controllore per mani e piedi e lo incaprettarono con un pigiama di flanella comprato da una signora filippina al mercato
A questo punto ci voleva una canzone, e Johnny lo sapeva. Barcollando appena nonostante i curvoni parabolici affrontati dall’autobus aprì la custodia, tirò fuori la sua chitarra (nera) e attaccò “Ring of Fire”!
Provocando battimani, cori e danze sulla )90 che correva sobbalzando verso il tramonto di cemento della circonvallazione…

Titta 2008

sabato 15 novembre 2008

Wild & free (in progress)


Pubblico questo mio brevissimo racconto anche se è ancora in corso di aggiustamento. Semmai vedrà la luce una sua versione riveduta e corretta, posterò anche quella. Grazie a Titta per il suo determinante contributo.

WILD & FREE



Like a true nature's child
We were born, born to be wild We can climb so high
I never wanna die Born to be wild Born to be wild

STEPPENWOLF, Born to be wild


You know the first time I traveled hard
Out in the rain and snow - In the rain and snow,

You know the first time I traveled hard
Out in the rain and snow - In the rain and snow,
I didn't have no payroll, Not even no place to go.

CANNED HEAT, On the road again



Non ho molto tempo. Mi hanno beccato e li sento, stanno arrivando a finire il lavoro. Non che faccia molta differenza a questo punto, con tutto il sangue che sto perdendo non sopravvivrei comunque più di qualche ora .

Non mi sono accorto di nulla fino a che non è stato troppo tardi…
Ero con gli altri, viaggiavamo in gruppo, più veloci che potevamo, stretti gli uni agli altri cercando di proteggerci a vicenda. All’improvviso un rumore sordo e una vampata rossa, neanche dolore. Ho visto i compagni allontanarsi e me stesso a terra in questo campo di tarassaci.
Subito i comandi dei nemici alle bestie infernali, i loro latrati sempre più vicini.

Nessuno tornerà indietro per me, sarebbe un suicidio collettivo. Lo so, lo capisco, è da quando siamo piccoli che ci spiegano come funziona ma in questo momento, scusate l’egoismo, lo trovo di una crudeltà e di una vigliaccheria intollerabili.

Dicono che in questi momenti ti passi tutta la vita davanti agli occhi: beh, a me non sta succedendo. Non riesco a credere che le interiora e la merda sparse a terra siano le mie, ecco a cosa penso. Ad ogni modo, dovessi avere un flashback della mia esistenza, di certo i momenti che ricorderei con più nostalgia sarebbero quelli dell’infanzia.

Eravamo in cinque, non facevamo che giocare…Mamma è stata la prima cosa di questo mondo che abbiamo visto. Era sempre vicina, ci sfamava, ci proteggeva, ci insegnava a muoverci, a nuotare, a procacciarci il cibo, a vivere insomma.
Il distacco non è stato particolarmente doloroso, eravamo pronti, un po’ l’agognavamo anche, l’emancipazione.
Poi i primi viaggi. Interminabili e faticosissimi. Tra mille pericoli e contro i predatori, dotati spesso di lingue di fuoco e denti d’acciaio che si andavano a conficcare nelle nostre carni indifese.
Fratelli e compagni caduti. Abbiamo sempre tirato dritto, più veloce di prima, spinti dalla paura e dall’istinto di sopravvivenza.

Ho vissuto troppo poco, cazzo. Possibile che nessuno di noi muoia per cause naturali, per vecchiaia, o per un indolore infarto notturno, in una grande casa, circondati da rumorosi nipotini, in un posto caldo, finalmente stabile, senza bisogno di spostarsi in continuazione?

E’ la catena alimentare, mi ha spiegato una volta una vecchia zia. Noi non stiamo messi bene, ma c’è chi sta peggio. Perlomeno noi siamo liberi, c’è chi passa l’intera esistenza in prigione, in celle così piccole e affollate che non c’è nemmeno lo spazio per allargare gli arti. Senza ora d’aria. Condannati a mangiare e cagare nello stesso punto. Tutta la vita. Che, certo, non è lunga. Ma nemmeno corta abbastanza.

Ne ho visti di questi campi di concentramento, nella mia vita . Cristo santo, non farmici finire mai, ho pregato ogni sera della mia vita. Beh, almeno in questo sono stato accontentato.

Questo e il senso impagabile di leggerezza, di libertà, di indipendenza. Aveva ragione la mia vecchia zia. Non esiste nulla al mondo che valga quanto un cielo aperto e due ali per solcarlo.

E’ finita, mi hanno trovato. Sento che mi afferrano penetrandomi le carni. Mi trasportano, avverto il loro alito fetido, il loro ansimare disumano. Non ho più forze. Mi lasciano ai loro padroni. Quelli mi sollevano in alto. Li sento parlare tra loro.

- Hey Jack, guarda qui! Non è il più grande figlio di puttana d’un fagiano che tu abbia mai visto?!?


venerdì 14 novembre 2008

Miriam e Mitch

Miriam e Mitch...il mondo era un posto migliore con voi...So long...


martedì 11 novembre 2008

Della bellezza dell'influenza


Eh sì, che ci crediate o no, io ci trovo del buono anche nell'influenza.

Non che sia un tipo particolarmente ottimista o che il buddismo col suo "tutto serve" mi dia particolare sollazzo (anche se alla fine c'è del vero).Si parla, ovviamente di una situazione "normale", senza complicazioni: comincia con un raffreddore, o vomito, o una punta di diarrea, la mattina sei al lavoro e la sera ti trovi stesa/o a letto con enormi difficcoltà respiratorie o crampi al pancino. TING! Terzo round, sei steso al tappeto.

Da quel momento per qualche giorno tutto il tuo mondo si ferma, niente lavoro, niente aperitivi, cene, appuntamenti, al massimo la tv e la radio. Niente orari, niente colloqui, solo le coperte, le aspirine e se hai fortuna le coccole del partner (o della mamma). E questo è già una bella cosa, il tuo compagno/a che si fa in quattro per te e ti porta da bere, ti fa da mangiare, si preoccupa per te e soprattutto non ti chiede di fare niente. Sei malata/o e quindi non hai l'obbligo di fare le pulizie, cucinare..Nà bellezza.

Il letto diventa la tua piccola isola, a cui arrivano ovattate e lontane le notizie del mondo: non hai tempo per preoccuparti del globo terracueo, devi pensare a te stesso.All'inizio stai proprio male, ti bombi di aspirine, spray nasali, vari filtri magici portati da amici e parenti. Dormi da schifo e continui a svegliarti.

Non devi più sceglierti gli abbinamenti di vestiti per uscire, puoi stare in pigiama, per casa, tutto il giorno. Non devi farti la barba, non devi strapparti le sopracciglia, truccarti, pettinarti; non più controllati giornalmente i peli cominciano a crescere un pò dovunque, recuperando lo spazio tolto loro da rasoi, cerette pinzette: ogni meravigliosa sciatteria è permessa.

E ci si riappropria dei propri odori, di solito eliminati, espulsi, controllati da portentosi bagnoschiuma e deodoranti per buona educazione e volontà di bene apparire. Si sa, con la febbre non si possono fare troppe docce. Il sudore e il tanfo del molto stare al chiuso sotto le coperte e tutte le varie puzze dall'alito cattivo del malato alle inevitabili scoregge ci assalgono, riportandonci improvvisamente alla nostra più banale e perfino un pò sgradevole fisicità, qualcosa che l'uomo moderno coi suoi modelli d'infame perfezione vuole dimenticare.

Per poco tempo sembra non dover finire mai. Invece in un niente migliori. Passa la febbre, il naso si sblocca, si blocca lo sbocco. E come migliori senti che il tuo corpo è bello rilassato, molle e senza tensioni, come se avesse ceduto alla forza dell'influenza. Anche il mondo, lo vedi con più filosofia, le passioni sono sbiadite, non più così importanti, le persone (alcune perlomeno) non più così cattive.

Per me è questo il momento migliore, perchè puoi già metterti a leggere o a guardare la tv, ma godi ancora di quella pace, quel magico isolamento dalla psicosi quotidiana e dai troppi contatti umani che ti permette di rigenerare minimamente il tuo essere profondo, la tua pace interiore. Ti alzi e provi una leggera vertigine, ma ti reggi sulle gambe un pò molli.
Ti senti pacificata e puoi osservare il mondo con un occhio benevolo e distaccato.
Purtroppo dura poco. In capo a pochi, ormai pochissimi giorni ti trovi di nuovo nella grande centrifuga milanese, a correre dappertutto e non aver mai tempo per far niente.

La faccia è perfetta, gli odori sono scomparsi, sei di nuovo nel ciclo produttivo, sei di nuovo "normale".

Così è la vita.

mercoledì 5 novembre 2008